Il “nuovo” stop della Corte Costituzionale al blocco delle perequazioni pensionistiche: quanto arriverà nelle tasche dei pensionati?

Il trattamento pensionistico consiste in una prestazione economica, corrisposta dall’ente previdenziale in occasione di un evento interruttivo della capacità lavorativa (anzianità, invalidità, ecc.), la cui funzione è quella di garantire al cittadino non più idoneo al lavoro il mantenimento di un livello minimo di sussistenza; di passata, si ricordi che diversa funzione hanno i trattamenti pensionistici c.d. “assistenziali”, previsti a prescindere dall’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato e destinati a soggetti socialmente ed economicamente deboli (ciechi, sordomuti, casi di totale incapacità di lavoro o con capacità lavorativa ridotta, etc.).

In questo scritto ci occuperemo solo della prima tipologia.

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Ammissione al T.F.A.: illegittimo il D.M. 249/10 nella parte in cui esclude i laureati prima del 1998

Il T.A.R. Lazio ha dichiarato la manifesta irragionevolezza del D.M. 249/10, del Bando di Ateneo di ammissione al T.F.A. e del presupposto DM n. 39/98, per contrasto all’art.11 delle disposizioni sulla legge in generale, nei confronti dei soggetti laureatisi precedentemente all’entrata in vigore del D.M. 39/98.

Il ricorrente, in possesso di Laurea in Scienze Statistiche conseguita nell’a.a.1995/96, subiva l’esclusione dalla procedura concorsuale per l’accesso al corso di T.F.A. per la classe A039 Geografia per mancanza di uno dei titoli abilitativi previsti dal DM 39/98 (laurea in geografia, economia e commercio e lettere o, in via transitoria, di qualsiasi laurea purchè conseguita entro l’a.a.1993/94 e nel piano di studi fossero compresi 2 corsi annuali o uno biennale di geografia).

Secondo il T.A.R. Lazio la censura dei legali “appare fondata, in quanto il DM n.39/98, nell’individuare i titoli di studio validi per l’ammissione ai concorsi a cattedre e i titoli di studio validi ai medesimi fini (solo) se conseguiti entro un determinato periodo, appare pregiudicare la posizione di chi si fosse laureato precedentemente, senza che a ciò corrisponda una reale esigenza di interesse pubblico, con riferimento alle classi di concorso (tra cui quella di geografia) per cui non è stato previsto un regime transitorio.

Tanto più che, nel caso specifico,il ricorrente – come richiesto dalla normativa vigente al momento in cui aveva intrapreso il proprio corso di studi- aveva inserito nel proprio piano di studi due corsi annuali di geografia, al fine di accedere alla classe di concorso A29 per l’insegnamento di geografia nelle scuole secondarie di secondo grado e, in virtù di ciò, dopo la laurea veniva inserito nell’elenco dei soggetti idonei allo svolgimento delle supplenze (c.d.terza fascia).

Pertanto, il ricorso merita accoglimento e, per l’effetto, vanno annullati, in parte qua, il DM 39/98, il D.R dell’Università di Firenze del 3 maggio 2012 n.30888 (art.2, “requisiti di ammissione”) e il conseguente decreto di esclusione del ricorrente dalla procedura di cui trattasi”.

T.A.R. Lazio, Sez. III bis, 19 dicembre 2012, n. 11077

Corte Appello di Milano: agli specializzandi 70.000 euro di risarcimenti

medici4.jpgLa Sezione Lavoro della Corte d’Appello di Milano ha accertato il diritto alla rideterminazione triennale della borsa di studio e condannato così la Presidenza del Consiglio dei Ministri a pagare i medici specializzandi nel periodo 1994-2006 ed oggi specialisti.

Ai medici che si sono specializzati nel periodo tra il 1993 e il 2007 non è stata garantita l’”adeguata remunerazione” sancita dalla Direttiva 93/16/CE. In tale periodo i medici specializzandi hanno ricevuto la borsa di studio di cui al D.lgs. 257/91 – “bloccata” al valore del 1992 – senza l’applicazione del meccanismo di adeguamento previsto dall’art. 6 del D.lgs. 257/91.

 

Il principio comunitario dell’”adeguata remunerazione” doveva essere garantito in Italia mediante un meccanismo di adeguamento delle borse di studio, comprendente la sua indicizzazione annuale per l’adeguamento al costo della vita nella misura del tasso programmato di inflazione e la sua rideterminazione triennale in funzione perequativa in funzione del miglioramento stipendiale tabellare minimo previsto dalla contrattazione collettiva relativa al personale medico neoassunto dipendente dal SSN. Tale meccanismo di adeguamento è stato utilizzato solo per l’anno 1992 e da allora l’emolumento è rimasto bloccato fino al 2006. La Corte milanese si è rifatta alla recente Sentenza della Suprema Corte di Cassazione, Sez. Lav., 29/10/2012 n. 18562 la quale ha rilevato che la parte di meccanismo di adeguamento relativo alla rideterminazione triennale è rimasto pienamente in vigore nel periodo tra il 1994 e il 2007.  Il Legislatore ha sospeso dal 94 al 2006, con varie leggi giustificate della tutela del bilancio pubblico, il meccanismo di indicizzazione annuale per l’adeguamento al costo della vita. Incredibilmente però il Legislatore “si è dimenticato” di emettere qualsiasi provvedimento “sospensivo” sulla parte di meccanismo di adeguamento inerente la rideterminazione triennale.

In altre parole i medici specializzandi, nel periodo tra il 94 e il 2006, avrebbero dovuto ricevere una borsa di studio il cui valore doveva essere ogni tre anni riparametrata rispetto alla contrattazione collettiva del personale medico dipendente del SSN, così da agganciare la remunerazione degli specializzandi agli incrementi contrattuali conseguiti dal personale medico dipendente anche per evidenti ragioni di parità di trattamento rispetto ad analoghe mansioni svolte.

C. App. Milano, Sez. Lavoro 24 luglio 2013, n. 4832.

TAR LAZIO: Ingroia….continui a restare ad Aosta..

rivcivile20131.jpgCon l’ordinanza n. 2060/2013, i Giudici della Sezione Prima Quater del TAR del Lazio hanno respinto l’istanza cautelare presentata dal magistrato contro la delibera del Csm che ha disposto il suo ricollocamento in ruolo all’Ufficio giudiziario di Aosta con funzioni di pm.

Sotto il profilo del periculum in mora, paventato in ricorso, il Collegio ha infatti ritenuto che il pregiudizio derivante dall’esecuzione della delibera impugnata “…non appare connotato da gravità ed irreparabilità, ove riferito al trasferimento del magistrato in una sede che sarebbe stata in ogni caso diversa rispetto a quella di provenienza.”

Peraltro, i motivi di ricorso formulati da Ingroia avverso la delibera del plenum del C.S.M. del 11.04.13 e del conseguente decreto ministeriale del 16 aprile 2013, non sono apparsi ai Giudici, “…allo stato, tali da far ritenere sussistenti con certezza i profili afferenti al fumus boni iuris, i quali potranno essere più compiutamente esaminati nella successiva fase di merito.”

Pertanto, a meno che non venga proposto appello al Consiglio di Stato, il dott. Ingroia, il quale ha preso servizio ad Aosta il 15 maggio scorso, in qualità di sostituto procuratore della Repubblica, al termine del periodo di ferie, del quale godrà fino al 20 giugno, attenderà alle sue funzioni fino all’udienza di merito.

Avv. Gisella Fazzi

TAR LAZIO, Sez. I Quater, 23 maggio 2013, n. 2060

Corte Costituzionale: incostituzionale la Legge Gelmini. Anche i professori universitari possono andare in pensione a 72 anni

images4.jpgIl Consiglio di Stato aveva dubitato della legittimità costituzionale dell’articolo 25 della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario). In particolare, i rimettenti dubitano che la norma censurata – escludendo l’eventuale trattenimento in servizio per un biennio, oltre l’età del collocamento in quiescenza, per i professori e per i ricercatori universitari che ne abbiano fatto istanza – violi:

a) il principio di buon andamento dell’azione amministrativa (art. 97 Cost.) e il principio dell’autonomia universitaria (art. 33, sesto comma, Cost.), perché priverebbe le università, discriminandole rispetto a qualsiasi altro ente pubblico, del potere di valutazione e di accoglimento delle istanze di trattenimento in servizio presentate dal personale docente, anche laddove tale prolungamento risulti funzionale a specifiche esigenze organizzative, didattiche o di ricerca, impedendo alle università di utilizzare una misura organizzativa, seppure eccezionale, in materia di provvista del personale e privando gli atenei di docenti caratterizzati da una qualificazione scientifica ben difficilmente ripetibile;

b) il principio del legittimo affidamento e della sicurezza giuridica, ai sensi dell’art. 3 Cost., nella misura in cui prevede che la regola introdotta dalla norma censurata si applichi indistintamente a tutti i professori e ricercatori universitari, anche a quelli che hanno fatto legittimo affidamento su una disciplina che consentiva il mantenimento in servizio per un ulteriore biennio, in quanto erano stati già autorizzati con decreto rettorale adottato sulla base della originaria normativa dettata dall’articolo 16 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503 (Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici, a norma dell’art. 3 della legge 23 ottobre 1992, n. 421), con conseguente irragionevole disparità di trattamento tra situazioni sostanzialmente identiche, essendo esclusi soltanto i beneficiari di un atto di mantenimento in servizio che abbia già iniziato a produrre effetti; c) l’art. 3 Cost. per violazione del principio di ragionevolezza, tenuto conto della disciplina di cui all’art. 16 d.lgs. n. 503 del 1992, quale tertium comparationis, in relazione alla quale la scelta legislativa appare sbilanciata e sproporzionata perché, in nome dell’esigenza del ricambio generazionale, il legislatore non si è fatto carico delle negative ripercussioni che potrebbero derivarne sui principi del buon andamento della pubblica amministrazione e della tutela dell’autonomia universitaria (artt. 97 e 33 Cost.): la disparità di trattamento tra categorie di pubblici dipendenti (i professori e ricercatori universitari rispetto al restante personale pubblico) si traduce in una disparità di trattamento anche tra i relativi enti di appartenenza, perché viene negata alle università, titolari di un’autonomia funzionale costituzionalmente garantita, ogni margine di autonomo apprezzamento”.

Della stessa opinione è la Corte Costituzionale. Ecco perchè.

“Il dettato della norma censurata (il cui chiaro significato non si presta a dubbi ermeneutici) esclude l’applicazione a professori e ricercatori universitari dell’art. 16, comma 1, del d.lgs. n. 503 del 1992, così precludendo a tale categoria la facoltà, riconosciuta agli altri dipendenti civili dello Stato e degli enti pubblici non economici, di permanere in servizio per un periodo massimo di un biennio oltre i limiti di età per il collocamento a riposo per essi previsto, previa valutazione favorevole dell’amministrazione di appartenenza, secondo i criteri nel medesimo art. 16 indicati.

Orbene, tale esclusione si rivela del tutto irragionevole e si risolve, quindi, in violazione dell’art. 3 Cost.

Va premesso che, come questa Corte ha più volte affermato, il legislatore ben può emanare disposizioni che vengano a modificare in senso sfavorevole per gli interessati la disciplina dei rapporti di durata, anche se l’oggetto di questi sia costituito da diritti soggettivi perfetti, unica condizione essendo che tali disposizioni «non trasmodino in un regolamento irrazionale, frustrando, con riguardo a situazioni sostanziali fondate sulle leggi precedenti, l’affidamento dei cittadini nella sicurezza giuridica, da intendersi quale elemento fondamentale dello Stato di diritto» (sentenze n. 166 del 2012, n. 302 del 2010, n. 236 e n. 206 del 2009).

Nei casi in esame non è dato individuare ragioni idonee a giustificare, per la sola categoria dei professori e ricercatori universitari, l’esclusione dalla possibilità di avvalersi del trattenimento in servizio disciplinato dal citato art. 16, comma 1.

(…) Resta dunque priva di giustificazioni l’esclusione della sola categoria dei professori e ricercatori universitari dall’ambito applicativo del citato art. 16, comma 1, quando proprio per tale categoria l’esigenza suddetta si presenta in modo più marcato, avuto riguardo ai caratteri ed alle peculiarità dell’insegnamento universitario. La norma impugnata trascura del tutto tale profilo, introducendo una disciplina sbilanciata e irrazionale, che si pone in deciso contrasto con gli articoli 3 e 97 Cost”.

Avv. Santi Delia

Corte Costituzionale, 9 maggior 2013, n. 83

“Esclusività della relazione assistenziale” e diritto di trasferimento di sede del lavoratore

I doveri alavoro-handicap.jpgssistenziali nei confronti di familiari bisognosi od affetti da gravi patologie che comportino delle costanti cure, com’è noto, vengono spesso a confliggere con le esigenze lavorative dei congiunti che ad esse non possono sottrarsi o trovare soluzioni alternative.

Determinati profili di quest’ambito, trovano puntuale regolamentazione nella L. 104, 5 febbraio 1992 (lodevoli le finalità ed i profili etico-morali che ne costituiscono l’ossatura, ma infelicemente intitolata, ad avviso di chi scrive, “Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”) e successive modifiche (da ultimo la L.183, 4 novembre 2010). Considerazioni meramente lessicali a parte, stabilisce il V° comma, così modificato, dell’art.33 che “Il lavoratore di cui al comma 3 ha diritto a scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al domicilio della persona da assistere e non può essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede”.

Nel caso in esame un dipendente dell’amministrazione penitenziaria impugnava il diniego ad ottenere un trasferimento ad altra sede più vicina per poter meglio prestare assistenza al proprio familiare senza inficiare lo svolgimento della propria attività lavorativa. Il diniego traeva le sue basi dalla considerazione che, altri familiari potessero adempiere ai medesimi compiti, facendo così venir meno il requisito dell’esclusività, in capo al ricorrente, nello svolgimento della prestazione assistenziale. La cd. esclusività della relazione assistenziale, introdotta dall’art. 20 della L. n.53 del 8 marzo 2000.

Il Tar del Lazio, nella sentenza breve n.04033/2013, ritenendo fondato il ricorso, afferma che “l’esclusività deve essere intesa come inesistenza di altri congiunti che siano disponibili a prestare e che, in concreto, prestino in modo adeguato assistenza al congiunto, indipendentemente dalle ragioni di tale indisponibilità, che possono essere oggettive ma anche soggettive proprio perché la relazione in questione ha un essenziale contenuto affettivo ed emotivo e dipende dal concreto atteggiarsi dei legami tra soggetti”. In questo quadro “l’amministrazione intimata si sarebbe dovuta limitare a verificare l’effettiva esistenza del rapporto assistenziale e la indisponibilità, anche solo soggettiva, degli altri congiunti ad assumersi l’impegno di assistere i congiunti”, perché “la mera esistenza di altri familiari potenzialmente in grado di fornire assistenza, quindi, non costituiva di per sé ragione per negare il beneficio”. Ad avviso del Tar, solo nella misura in cui l’Amministrazione fosse riuscita ad accertare la sussistenza del medesimo vincolo di “esclusività della relazione assistenziale” con il proprio congiunto in capo ad altro familiare, allora il provvedimento di diniego avrebbe trovato la sua ragion d’essere. Infatti, sulla linea interpretativa tracciata da consolidata giurisprudenza, non v’è chi non veda che la ratio sottesa al V° comma dell’articolo 33, sia quella di tutelare il rapporto assistenziale, in atto con carattere di continuità “nel presupposto che lo stesso esprima valori di solidarietà familiare ed umana aventi indubbio valore costituzionale”, che si instaura spontaneamente fra il disabile/ammalato ed il familiare, nel contesto di una relazione avente contenuto emotivo e affettivo oltre che materiale. Tutto ciò non permette di considerare tale previsione alla stregua di un beneficio in capo al soggetto che abbia un parente affetto da grave patologia, ma di agevolare colui il quale si sia spontaneamente assunto un compito sì gravoso.

T.A.R. Lazio, I sez., 22 aprile 2013, n.04033

dott. Alberto Pappalardo

Scorrimento delle graduatorie di concorso: anche la Polizia deve prima fare lo scorrimento e poi bandire un nuovo concorso

commissario-donna-spir-polizia.jpgNel mirino era finito il concorso per 80 commissari della Polizia di Stato. Secondo il T.A.R. Lazio anche ai concorsi delle forze armate si applicano i noti principi sullo scorrimento delle graduatorie scanditi dalla Plenaria (14/11).

I ricorrenti, però, restano ancora fuori dal posto. Ecco perchè.

Come già si trae da quanto in precedenza esposto, la tematica della legittimità o meno dell’indizione di nuove procedure concorsuali in presenza di idonei in graduatorie approvate in esito a precedenti concorsi – atta a consentire il ricorso al meccanismo dello “scorrimento” – è stata oggetto di accurata disamina da parte dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato con la decisione n. 14 del 2011, emessa nell’esercizio del proprio potere nomofilattico, espressamente riconosciuto dall’art. 99, comma 5, c.pr.amm.“.

Sussiste la necessità di valutare il caso prospettato dalla ricorrente, la quale contesta la legittimità del decreto ministeriale di indizione di un nuovo concorso a 80 posti di commissario del ruolo dei commissari della Polizia di Stato in presenza di soggetti idonei nelle graduatorie di precedenti concorsi, tra i quali figura anche il suo nominativo.

In particolare, si ravvisa la necessità di definire – primariamente – il profilo dell’operatività o meno dell’art. 35, comma 5 ter, del d.lgs. n. 165 del 2001 in relazione all’Amministrazione della Polizia di Stato.

“Come è dato rilevare dalle memorie all’uopo prodotte, il Ministero dell’Interno sostiene che la sentenza dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato è inapplicabile all’Amministrazione della P.S., disciplinata da una normativa di carattere speciale, e, dunque, “il corretto operato dell’Amministrazione in relazione alla scelta di indire un nuovo concorso, piuttosto che ricorrere all’istituto dello scorrimento delle graduatorie vigenti, trova in modo incontrovertibile legittimazione” nella previsione della citata sentenza che attribuisce rilevanza alle speciali discipline di settore (punto 51).

Al riguardo, il Collegio ritiene che tale assunto non sia condivisibile.

In linea con quanto rilevato dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, alla disposizione in esame va, infatti, riconosciuta una portata generale.

Come già si è avuto modo di porre in evidenza, tale decisione configura lo “scorrimento” come un istituto di carattere generale, “riferito, indistintamente, a tutte le amministrazioni, senza limitazioni di carattere soggettivo ed oggettivo”.

Nel contempo, è doveroso osservare che la disciplina che regolamenta il concorso per commissario del ruolo dei commissari della Polizia di Stato non pone prescrizioni che legittimino una deroga all’operatività dell’istituto de qua, ossia consentano di ravvisare limiti allo “scorrimento” in ragione dell’imposizione di ulteriori, differenti criteri per il reclutamento del personale.

In altre parole:

– nessuno mette in dubbio che l’ordinamento della Polizia di Stato sia regolamentato da una disciplina speciale;

– ciò – del resto – trova anche riconoscimento nell’art. 3 del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, il quale include le Forze di Polizia di Stato tra le categorie del “personale” qualificato “in regime di diritto pubblico”;

– il discorso è, infatti, differente e riguarda precipuamente la carenza – nell’ordinamento della Polizia di Stato – di prescrizioni particolari per il concorso per commissario, afferenti – ad esempio – la copertura dei posti vacanti e l’imposizione di una cadenza periodica dell’indizione dei concorsi, idonee – in quanto tali – a rivelare una volontà legislativa contraria allo “scorrimento”.

Ciò premesso, non sussistono motivi per escludere che l’istituto dello “scorrimento” trovi applicazione anche con riferimento ai commissari della Polizia di Stato.

L’analisi della fattispecie deve, dunque, incentrarsi sulle peculiarità del caso specifico prospettato.

In altri termini, sussiste la necessità di valutare se la scelta dell’Amministrazione resistente afferente l’indizione del concorso di 80 posti di commissario del ruolo dei commissari della Polizia di Stato sia legittima o meno, tenendo conto di quanto riportato nella decisione dell’Adunanza Plenaria.

Orbene, il Collegio ritiene doveroso pervenire ad una soluzione positiva sulla base dei seguenti rilievi:

– il bando di concorso in contestazione riguarda la copertura di 80 posti di commissario, ossia la copertura di un numero di posti di gran lunga superiore al numero degli idonei che figurano nella graduatoria approvata con D.M. 24 dicembre 2010, invocata dalla ricorrente (“4 sopra e due sotto la ricorrente”, per un totale di 7 – pag. 3 del ricorso”);

– si tratta, dunque, di un’ipotesi totalmente diversa da quella che aveva dato origine alla decisione dell’Adunanza Plenaria (riguardante il “concorso pubblico, per titoli ed esami, diretto alla copertura di un posto di categoria C presso la Direzione amministrativa dell’Università degli Studi di Lecce”);

– in particolare, si tratta di un’ipotesi in cui appare evidente che “lo scorrimento” non avrebbe – comunque – evitato la necessità di procedere all’indizione di un concorso (a differenza di ciò che sarebbe, invece, avvenuto per il concorso dell’Università), tenuto conto della necessità di reperire un numero di commissari di molto superiore a quello dei soggetti risultati idonei in precedenti concorsi;

– in definitiva, in tale ipotesi è da ritenere ampiamente sminuita, se non addirittura, resa insussistente la ricorrenza di uno dei due elementi che l’Adunanza Plenaria pone a fondamento dell’istituto dello scorrimento, ossia la “finalità primaria di ridurre i costi gravanti sulle amministrazioni per la gestione delle procedure selettive” (pagg.17-18 della decisione), in linea con il “principio di economicità dell’azione amministrativa” (pag. 12 della stessa decisione);

– la constatazione che lo scorrimento – nel caso de quo – non si pone come valida alternativa al concorso in contestazione o, è meglio dire, non consente di effettuare una valida “opzione” tra diverse alternative non può non riflettersi sull’obbligo di motivazione;

– appare, infatti, evidente che l’analisi dello stato dei fatti – evidenziando la necessità dell’Amministrazione di reclutare personale tramite l’indizione di un nuovo “concorso” perché non altrimenti reclutabile (desumibile, del resto, anche dal ricorso, in cui la ricorrente vanta, in sostanza, la spettanza di uno dei 160 posti banditi) – dà di per sé conto della sussistenza di un precipuo interesse pubblico dell’Amministrazione, sotteso alla scelta compiuta;

– ciò trova – in qualche modo – conferma nella disciplina che regolamenta la materia, la quale – attraverso la richiesta di un apposito decreto per determinare i posti disponibili “da mettere a concorso per le qualifiche iniziali dei ruoli dei commissari” (art. 1 D.M. 2 dicembre 2002, n. 276) – rivela che il reclutamento per “concorso” rappresenta una regola che – ordinariamente – non si presta a venir meno in virtù dello “scorrimento”, stante l’alto numero dei posti che si rendono vacanti ogni anno”.

T.A.R. Lazio, Sez. I ter, 24 gennaio 2013, n. 836

Avv. Santi Delia

T.A.R. Catania: si alla riammissione dello studente decaduto dall’immatricolazione

mediumPer giorni era stato rimbalzato tra i vari Uffici dell’Ateneo nel tentativo di iscriversi al corso di laurea a cui era stato ammesso. Era il quinto in graduatoria con un punteggio di tutto rispetto.

Nonostante ciò, spirato il termine per curare l’iscrizione, gli era stato risposto che era ormai troppo tardi e che il suo posto era stato attribuito ad altri.

Secondo il T.A.R. Catania illegittimamente, dovendosi al contrario duramente stigmatizzarsi “il comportamento inefficiente e dilatorio degli uffici universitari preposti all’iscrizione degli studenti”. L’Ateneo è stato anche condannato alle spese di giudizio.

Rilevata la fondatezza delle censure addotte a sostegno del ricorso introduttivo, nella considerazione che il ricorrente, dopo avere effettuato, in via cautelativa, in data 30 agosto 2012, la mera preiscrizione ad altro corso di laurea e dopo avere conseguito l’idoneità all’iscrizione all’ambito corso di laurea essendosi collocato al quinto posto (sui 15 posti messi a concorso) nella relativa graduatoria, ha posto in essere nei termini fissati nel bando tutta l’attività necessaria per conseguire l’iscrizione al corso de quo;

Rilevato peraltro il comportamento inefficiente e dilatorio degli uffici universitari preposti all’iscrizione degli studenti, uffici che si sono limitati a rilevare le incongruenze del sistema informatico senza porre in essere la elementare necessaria attività finalizzata a superare l’inconveniente burocratico che ha impedito al ricorrente di completare nei termini l’ambita iscrizione(sicché la tardività dell’istanza del ricorrente, su cui insiste tanto la difesa erariale, è da imputarsi all’Amministrazione);

Ritenuto che pertanto il ricorso va accolto e conseguentemente va disposta la immatricolazione al corso di laurea di Tecniche di Radiologia Medica per immagini e Radioterapia” del ricorrente , anche in soprannumero, ove i posti a concorso risultassero tutti coperti e che le spese del giudizio vanno posti a carico dell’Università soccombete nella misura che si determina in dispositivo“.

T.A.R. Catania, Sez. III, 22 gennaio 2013, n. 187

Avv. Santi Delia

Tribunale di Milano: i supplenti vanno risarciti. Si all’anzianità maturata ed al risarcimento danni

images?q=tbn:ANd9GcRGVgZ1Z8yaigbOOF68KxMQC4ldsk1bnNlR1BNowEkgq7KkobvuLa questione all’esame del Tribunale di Milano, sezione lavoro, concerneva l’impugnazione di contratti di lavoro a tempo determinato stipulati con il Ministero, per lo svolgimento dell’attività di docente, tra il 14 maggio 2006 e il 30 giugno 2012 per cui veniva richiesto il riconoscimento di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato; l’erogazione di una somma indennitaria come per legge; l’aumento periodico della retribuzione in base agli anni di servizio e gli scatti biennali di stipendio.
Le fattispecie in esame rileva ai fini di problematiche decisamente complesse, oggetto di differenti interpretazioni da parte della stessa giurisprudenza anche di legittimità.

Orbene con la sentenza del 12.10.2012 n. 4782, il Tribunale di Milano, sezione lavoro, ha avuto il coraggio di scardinare le precedenti pronunce e di equiparare il trattamento retributivo dei docenti precari a quello dei docenti a tempo indeterminato.

La sentenza in esame ha ribadito come l’utilizzo di  contratti di lavoro a tempo determinato trovi la propria ragion d’essere nella necessità di far fronte a situazioni contingenti e limitate e allo stesso tempo ha evidenziato come dietro l’utilità oggettiva e temporanea del contratto a tempo determinato si celi il riprovevole intento di cristallizzare il rapporto di lavoro precario. L’utilizzo smisurato di detti contratti a termine, se pur rispettosi nella forma del principio di legalità, eludono nella sostanza lo status di lavoratore quale centro di imputazione di diritti e di doveri in continua evoluzione.
La sentenza in oggetto ha saputo riconoscere tale evoluzione mettendo in luce l’assunto che l’utilizzo/abuso reiterato dei contratti a tempo determinato non sia altro che una modalità di regolamentazione del rapporto di lavoro che non può non esteriorizzare e non tener conto delle competenze e della professionalità del precario.

SULL’ANZIANITA’ MATURATA E SUL RISARCIMENTO DEL DANNO PATITO. Il Tribunale di Milano ha così statuito: “orbene, lo scatto di anzianità ha la funzione di parametrare il trattamento retributivo alla progressiva acquisizione di una maggiore professionalità e competenza del lavoratore. Esso, in sostanza, tiene conto della maturazione della sempre più ampia esperienza che ciascun lavoratore consegue in forza del protratto svolgimento della propria prestazione.”
La questione della progressione economica conseguente all’anzianità di servizio non risulta disciplinata dalla normativa sui contratti a termine e la ragione è oltremodo evidente: per loro stessa natura, detti contratti sono destinati a regolamentare situazioni contingenti e limitate nel tempo, e non possono in alcun modo essere impiegati per regolamentare con continuità e stabilita un rapporto di lavoro.
D’altronde, è principio consolidato del nostro ordinamento, così come dell’ordinamento comunitario, quello inerente l’eccezionalità del contratto a termine rispetto alla regola generale del contratto a tempo indeterminato.
L’ordinamento, peraltro, non conosce nessun elemento che possa portare a un sovvertimento di detto principio laddove il datore di lavoro sia un soggetto pubblico, e nulla che consenta alle Amministrazioni di impiegare tale strumento con modalità atte a stravolgere la specificità di questa fattispecie contrattuale.
Il fatto che anche nel pubblico impiego il rapporto di lavoro a tempo determinato rappresenti l’eccezione, e non la regola, è considerazione che può agevolmente trarsi da quanto previsto dal D. Lgs. 165/2001.
All’art. 36, co. 1, infatti si stabilisce che “per le esigenze connesse con il proprio fabbisogno ordinario le pubbliche amministrazioni assumono esclusivamente con contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato”, e il successivo comma terzo evidenzia l’esigenza di evitare abusi nell’utilizzo delle diverse forme di lavoro flessibile”.

Incombe sulle Pubbliche Amministrazioni l’obbligo di operare nel rispetto del principio di legalità e di agire quindi, non soltanto conformemente ai principi propri dell’ordinamento interno, ma anche in piena coerenza con i principi promananti dall’ordinamento comunitario.
Parimenti, non appare ragionevole giustificare il trattamento differenziato in considerazione dei differenti obblighi che incombono sui docenti di ruolo, nella misura in cui questi stessi obblighi siano la diretta conseguenza di un’assunzione a tempo indeterminato e contropartita della stabilità dell’impiego.

Secondo il Giudice Milanese:
Nel caso di specie, la progressiva reiterazione di rapporti di lavoro  a tempo determinato ha di fatto realizzato un contesto del tutto identico, sotto il profilo dello sviluppo della professionalità, a quello tipico di un rapporto a tempo indeterminato.

Non v’è dubbio, infatti, che l’odierna ricorrente abbia prestato la propria attività senza soluzione di continuità e che lo abbia fatto sempre svolgendo mansioni corrispondenti al profilo di docente. Conseguentemente, non può revocarsi in dubbio che la stessa abbia nel tempo acquisito un’esperienza del tutto identica, sotto il profilo qualitativo e quantitativo, a quella maturata dai colleghi di pari anzianità, legati all’amministrazione da un rapporto a tempo indeterminato.
La disparità di trattamento sin qui riservata alla parte attrice non risulta legittimata da alcuna ragione obbiettiva, né in altro modo giustificabile.
Può e deve quindi essere accolta la domanda relativa al risarcimento del danno subito per il pregresso mancato riconoscimento dell’adeguamento retributivo.

Per questi motivi, deve essere dichiarato il diritto della ricorrente al riconoscimento ad ogni effetto di legge e di contratto dell’anzianità maturata dal 11.09.2008, e al risarcimento del danno patito, consistente nella mancata percezione negli anni passati delle retribuzioni di volta in volta adeguate alla corrispondente anzianità”.

Avv. Michele Bonetti

Trib. Milano, Sez. Lav., G.U.L. Dott.ssa Chiara Colosimo, 12 ottobre 2012, n. 4778

T.F.A. nuova puntata: il T.A.R. Lazio conferma l’illegittimità della prova a quiz

tfa.gifAvevamo lasciato la telenovela sul T.F.A. con l’accoglimento, in sede monocratica, di centinaia di istanze cautelari grazie alle quali i docenti delusi dal test si sono potuti (ri)misurare con i propri colleghi.

Ora è giunta la decisione collegiale.

Secondo il T.A.R. Lazio “esaminate le censure svolte nel relativo ricorso e la istanza cautelare che l’istante aveva proposto per ottenere la ammissione alle prove scritte relative al procedimento indetto per la formazione iniziale degli insegnanti delle scuole”, “la domanda di sospensione cautelare in considerazione delle censure proposte da ricorrente appare al Collegio accoglibile e che lo stesso accoglimento va esteso fino alla partecipazione con riserva di ricorrente a tutte le successive prove del procedimento di cui trattasi”

T.A.R. Lazio, Sez. III bis, 27 settembre 2012, n. 3516

Avv. Santi Delia