Ammissione al T.F.A.: illegittimo il D.M. 249/10 nella parte in cui esclude i laureati prima del 1998

Il T.A.R. Lazio ha dichiarato la manifesta irragionevolezza del D.M. 249/10, del Bando di Ateneo di ammissione al T.F.A. e del presupposto DM n. 39/98, per contrasto all’art.11 delle disposizioni sulla legge in generale, nei confronti dei soggetti laureatisi precedentemente all’entrata in vigore del D.M. 39/98.

Il ricorrente, in possesso di Laurea in Scienze Statistiche conseguita nell’a.a.1995/96, subiva l’esclusione dalla procedura concorsuale per l’accesso al corso di T.F.A. per la classe A039 Geografia per mancanza di uno dei titoli abilitativi previsti dal DM 39/98 (laurea in geografia, economia e commercio e lettere o, in via transitoria, di qualsiasi laurea purchè conseguita entro l’a.a.1993/94 e nel piano di studi fossero compresi 2 corsi annuali o uno biennale di geografia).

Secondo il T.A.R. Lazio la censura dei legali “appare fondata, in quanto il DM n.39/98, nell’individuare i titoli di studio validi per l’ammissione ai concorsi a cattedre e i titoli di studio validi ai medesimi fini (solo) se conseguiti entro un determinato periodo, appare pregiudicare la posizione di chi si fosse laureato precedentemente, senza che a ciò corrisponda una reale esigenza di interesse pubblico, con riferimento alle classi di concorso (tra cui quella di geografia) per cui non è stato previsto un regime transitorio.

Tanto più che, nel caso specifico,il ricorrente – come richiesto dalla normativa vigente al momento in cui aveva intrapreso il proprio corso di studi- aveva inserito nel proprio piano di studi due corsi annuali di geografia, al fine di accedere alla classe di concorso A29 per l’insegnamento di geografia nelle scuole secondarie di secondo grado e, in virtù di ciò, dopo la laurea veniva inserito nell’elenco dei soggetti idonei allo svolgimento delle supplenze (c.d.terza fascia).

Pertanto, il ricorso merita accoglimento e, per l’effetto, vanno annullati, in parte qua, il DM 39/98, il D.R dell’Università di Firenze del 3 maggio 2012 n.30888 (art.2, “requisiti di ammissione”) e il conseguente decreto di esclusione del ricorrente dalla procedura di cui trattasi”.

T.A.R. Lazio, Sez. III bis, 19 dicembre 2012, n. 11077

Giudizio di ottemperanza: il termine di 120 giorni si applica anche in caso di condanna “mista” ma va rispettato con riguardo al momento del passaggio in decisione

Il ricorrente vantava un credito liquido ed esigibile derivante dal dispositivo di una sentenza di condanna nei confronti di un’Amministrazione alle spese giudiziali. Oltre a tale somma, l’Amministrazione doveva altresì provvedere ad emettere un provvedimento riguardante l’acquisizione al patrimonio comunale del bene espropriato illegittimamente.

Quest’ultima, come è noto, pur potendo pagare (ed eseguire) immediatamente dopo la notifica del titolo esecutivo (munito di formula) e, perchè no, anche innanzi a qualsiasi atto di messa in mora del creditore, fruisce dei benefici del termine dilatorio di centoventi giorni di cui all’art. 14 del DL 669/1996.

La questione giuridica sottoposta al T.A.R. Catania è di importanza fondamentale per le scelte strategiche di molti creditori: attendere i 120 giorni dopo la notifica del titolo esecutivo prima di iniziare l’ottemperanza innanzi al G.A. o depositare immediatamente il ricorso badando solo al passaggio in giudicato del titolo (e, quindi, dopo tale momento) e spostando al passaggio in decisione della causa la verifica del decorso dei 120 giorni?

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Art. 38 e procuratori ad negotia: la soluzione della Plenaria

images?q=tbn:ANd9GcSs1Mm9yMSag6wSYoKakCR0hAof6mydccIiAreVl0JOmGKNVj3OeQE’ noto come l’art. 38 del codice degli appalti, “impone la presentazione della dichiarazione sostitutiva riguardante il possesso dei requisiti di moralità ai legali rappresentanti, direttori tecnici e amministratori muniti di poteri di rappresentanza, anche se cessati dalla carica nel triennio antecedente”.

La questione rilevante in questa sede è, in particolare, quella della verifica della sussistenza dei predetti obblighi dichiarativi anche in capo ai procuratori ad negotia.

Secondo la Plenaria “con la locuzione di “amministratori muniti del potere di rappresentanza” l’art. 38, comma 1, lett. c), ha inteso, quindi, riferirsi ad un’individuata cerchia di persone fisiche che, in base alla disciplina codicistica e dello statuto sociale, sono abilitate ad agire per l’attuazione degli scopi societari e che, proprio in tale veste, qualificano in via ordinaria, quanto ai requisiti di moralità e di affidabilità, l’intera compagine sociale”.

“In diverso modo si atteggia la posizione del procuratore ad negotia. Questa figura è eventuale e non necessaria nell’assetto istituzionale delle società di capitali. Elemento differenziale fra gli amministratori ed i procuratori ad negotia è che ai primi è, di norma, affidata l’attività gestoria dell’impresa con potere di rappresentanza generale, mentre i secondi, oltre a derivare il proprio potere dalla volontà (di regola) degli amministratori, operano di massima nell’interesse societario per oggetto limitato e soggiacciono al controllo di chi ha conferito la procura”.

Proprio in virtù di tale distinzione, l’esclusione potrà essere comminata solo in caso di espressa previsione della lex specialis e solo se, in caso di mancanza di tale previsione, il requisito sia effettivamente carente.

“Nella modulazione degli assetti societari la prassi mostra l’emersione, in talune ipotesi, di figure di procuratori muniti di poteri decisionali di particolare ampiezza e riferiti ad una pluralità di oggetti così che, per sommatoria, possano configurarsi omologhi, se non di spessore superiore, a quelli che lo statuto assegna agli amministratori. In questo caso, a differenza del procuratore ad negotia in senso stretto, si pone l’esigenza di evitare, nell’ottica garantista dell’art. 38, comma 1, lett. c), del d.lgs. n. 163/2006 che l’amministrazione contratti con persone giuridiche governate in sostanza, per scelte organizzative interne, da persone fisiche sprovviste dei necessari requisiti di onorabilità ed affidabilità morale e professionale, che si giovino dello schermo di chi per statuto riveste la qualifica formale di amministratore con potere di rappresentanza. In altre parole, in tali casi il procuratore speciale finisce col rientrare a pieno titolo nella figura degli “amministratori con poteri di rappresentanza” cui si richiama l’art. 38, comma 1, lett. c), del d.lgs. n. 163/2006, poiché – da un lato – si connota come amministratore di fatto ai sensi dell’art. 2639, comma 1, c.c. e, d’altro lato, in forza della procura rilasciatagli, assomma in sé anche il ruolo di rappresentante della società, sia pure eventualmente solo per una serie determinata di atti. Detta conclusione non è smentita dal menzionato art. 45 della direttiva 2004/18/CE, il quale anzi, facendo riferimento a “qualsiasi persona” che “eserciti il potere di rappresentanza, di decisione o di controllo” dell’impresa, sembra mirare, conformemente del resto all’orientamento generale del diritto dell’Unione, ad una interpretazione sostanzialista della figura.

 In aderenza a quanto affermato da questa medesima Adunanza plenaria con sentenza n. 10 del 2012 a proposito delle fattispecie relative alla cessione di azienda o di ramo di azienda, stante la non univocità della norma circa l’onere dichiarativo dell’impresa nelle ipotesi in esame (cui va aggiunta, per il passato, l’incertezza degli indirizzi giurisprudenziali) deve intendersi che, qualora la lex specialis non contenga al riguardo una specifica comminatoria di esclusione, quest’ultima potrà essere disposta non già per la mera omessa dichiarazione ex art. 38 del d.lgs. n. 163/2006, ma soltanto là dove sia effettivamente riscontrabile l’assenza del requisito in questione”.

Cons. Stato, Ad. Plen., 16 ottobre 2013, n. 23

Avv. Santi Delia

Presupposti necessari per la configurabilità del danno non patrimoniale derivante da un provvedimento amministrativo illegittimo

laurea-su-internet.jpgIl Consiglio di Stato si pronuncia sui presupposti necessari per la configurabilità del danno non patrimoniale derivante da un provvedimento amministrativo illegittimo. Si trattava, in particolare, della mancata assegnazione dell’insegnante di sostegno a favore del minore affetto da handicap.

 Il T.A.R., pur annullando il diniego di concessione dell’insegnante di sostegno, rigettava la richiesta risarcitoria, ritenendo che non fosse stata fornita prova alcuna del danno patito in conseguenza degli atti impugnati e non potendosi ritenere (neppure in caso di violazione di diritti inviolabili dell’individuo) che il danno non patrimoniale sia configurabile quale ‘danno evento’ (che si determina quale mera conseguenza del fatto asseritamente originante), dovendosi – piuttosto – lo stesso configurare come ‘danno conseguenza’.

Il Tribunale ha – tuttavia – ritenuto che nel caso in questione difettasse la prova del danno subito. Dello stesso avviso è stato anche il Consiglio di Stato che ha osservato “che la sentenza in epigrafe appare meritevole di puntuale conferma per la parte in cui ha affermato che, anche laddove si alleghi la lesione di diritti inviolabili della persona, la sussistenza di un danno non patrimoniale (asseritamente) risarcibile ai sensi dell’articolo 2059 cod. civ. deve essere puntualmente dimostrata”. Secondo i Giudici di Palazzo Spada il danno non patrimoniale derivante dalla lesione di un interesse legittimo, costituendo pur sempre un danno–conseguenza, deve essere specificatamente allegato e provato, non potendo mai considerarsi in re ipsa.

Cons. Stato, Sez. n. 2373/2013

Dott. Daniele Costantino

Espropriazione e usucapione: la posizione del C.G.A.

101410475.jpgL’espropriato, dopo 11 anni, aveva ottenuto una sentenza dal T.A.R. con la quale il Comune espropiante era condannato a risarcire i danni causati all’esito del procedimento ablativo. Il medesimo Comune, tuttavia, appellava la sentenza affermando, per la prima volta innanzi al C.G.A. che l’espropriato “non era legittimato a proporre i ricorsi decisi con la sentenza impugnata in considerazione del fatto che le aree interessate dalla trasformazione erano già state acquisite per usucapione dal Comune avendole quest’ultimo possedute continuamente e interrottamente per oltre vent’anni. Per l’amministrazione dalla documentazione presa in considerazione per la decisione di primo grado emergerebbe che nel 2002, anno questo di proposizione del primo ricorso innanzi al TAR Catania, si era già realizzato l’acquisto a titolo originario in ragione del possesso prolungato per oltre vent’anni”.

Tale eccezione è tempestiva o meno?

“Dagli atti del giudizio di primo grado, e in particolare dalle memorie depositate in data 18 giugno 2012, non emerge che il comune, resistente nel giudizio innanzi al TAR, abbia effettivamente sollevato l’eccezione di tipo riconvenzionale (relativa all’intervenuto acquisto della proprietà per usucapione) e conseguentemente deve escludersi, anche sulla base del chiaro tenore dell’articolo 104, comma 1, c.p.a., che la predetta eccezione possa essere avanzata nel giudizio di appello (per una applicazione del medesimo principio si veda Cass. II, 22 luglio 2002 n. 10685). La legge, infatti, stabilisce che nel giudizio di impugnazione non possono essere proposte nuove domande, fermo quanto previsto dall’articolo 34, comma 3, né nuove eccezioni non rilevabili d’ufficio. In questo grado, quindi, la questione relativa all’intervenuto acquisto della proprietà da parte del comune per usucapione non può trovare ingresso perché inammissibile e conseguentemente deve essere respinta anche la richiesta di sospensione del presente giudizio avanzata con l’atto di appello e reiterata all’udienza pubblica”.

Secondo il C.G.A., inoltre, ove si contesti l’esito delle risultanze peritali relative alla stima di un terreno espropriato, deve necessariamente quantificarsi l’ammontare corretto.

Pena l’inammissibilità del motivo giacchè “non si stabilisce invero quale sarebbe il valore economico effettivo da riconoscere all’area”.

C.G.A. 30 aprile 2013, n. 432

Avv. Santi Delia

Giudizio di ottemperanza: è sufficiente che il termine di 120 giorni sia rispettato al momento del passaggio in decisione

9788814168246g.jpgIl ricorrente vantava un credito liquido ed esigibile derivante dal dispositivo di una sentenza di condanna nei confronti di un’Amministrazione. Quest’ultima, come è noto, pur potendo pagare immediatamente dopo la notifica del titolo esecutivo (munito di formula) e, perchè no, anche innanzi a qualsiasi atto di messa in mora del creditore, fruisce dei benefici del termine dilatorio di centoventi giorni di cui all’art. 14 del DL 669/1996.

La questione giuridica sottoposta al T.A.R. Catania è di importanza fondamentale per le scelte strategiche di molti creditori: attendere i 120 giorni dopo la notifica del titolo esecutivo prima di iniziare l’ottemperanza innanzi al G.A. o depositare immediatamente il ricorso badando solo al passaggio in giudicato del titolo (e, quindi, dopo tale momento) e spostando al passaggio in decisione della causa la verifica del decorso dei 120 giorni?

Secondo il T.A.R. “la definitività del decreto [di cui si chiede l’ottemperanza] comporta l’obbligo, per il Ministero intimato, di adottare i provvedimenti necessari per adempiere al disposto del decreto”.

Ma in che termini?

“Sotto il profilo procedurale, deve osservarsi che la notifica della decisione della Corte d’Appello in forma esecutiva è avvenuta in data 2 – 4 maggio 2012.

Ne consegue, che, al momento della notifica del ricorso, non era ancora trascorso il termine dilatorio di centoventi giorni per la proposizione di azioni esecutive nei confronti della Pubblica Amministrazione di cui all’art. 14 decreto legge n. 669/1996.

Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana ha avuto condivisibilmente modo di affermare che l’obbligo della preventiva notifica del titolo esecutivo, nonché il correlativo termine dilatorio di centoventi giorni, stabiliti dal citato art. 14, sussistono in relazione a ogni credito pecuniario verso pubbliche amministrazioni, e che il ricorso in ottemperanza proposto dopo la notifica del titolo in forma esecutiva sia improcedibile fino alla infruttuosa scadenza del termine dilatorio di 120 giorni di cui al citato art. 14 (CGARS, 27 luglio 2012, n. 725; analogamente, TAR Sicilia – Catania, Sez. II, 1 febbraio 2013, n. 341).

Nel caso in esame il citato termine dilatorio, ancorchè non decorso alla data di proposizione dell’odierno ricorso, risulta decorso alla data in cui esso è stato trattenuto in decisione[, ragion per cui] risultando osservate le formalità procedurali vigenti, il ricorso va accolto e va, conseguentemente, dichiarato l’obbligo del Ministero dell’economia e delle finanze di adottare i provvedimenti necessari per adempiere al disposto del decreto, nel termine di giorni sessanta dalla comunicazione in via amministrativa della presente pronuncia“.

Secondo il T.A.R. Catania, quindi, l’improcedibilità dell’azione di ottemperanza non va vagliata con riguardo alla data di deposito del ricorso ma va posticipata al momento del passaggio in decisione.

Strategicamente, ove tale orientamento si consolidasse, stante il fatto che la camera di consiglio per la trattazione della domanda deve avvenire decorsi almeno 60 giorni dall’ultima notifica (art. 87, comma  3), il creditore può serenamente notificare il ricorso dopo 45 giorni dalla notifica del titolo giacchè è veramente arduo immaginare che i 120 giorni non siano già decorsi al momento del passaggio in decisione.

T.A.R. Catania, Sez. II, 3 maggio 2013, n. 1314

Avv. Santi Delia

TAR LAZIO: INGROIA vada ad AOSTA…ma solo sino al 23 maggio 2013

rivcivile20131.jpgE’ solo un decreto presidenziale. Rigettato in punto di periculum. Nulla di più.

“Considerato che si va a fissare in tempi brevi l’udienza per l’esame collegiale della istanza cautelare. Considerato che gli effetti della esecuzione del provvedimento impugnato, concernente la destinazione a sede dove prestare servizio, sono neutralizzabili in tempi brevi in caso di esito favorevole della istanza cautelare, cosicché non è plausibilmente ipotizzabile un pregiudizio grave ed irreparabile derivante dalla stessa esecuzione.

Considerata, altresì, la necessità che l’Amministrazione della Giustizia si avvalga comunque, allo stato, della prestazione lavorativa del ricorrente.

Ritenuta pertanto, anche comparando le contrastanti esigenze, la insussistenza del presupposto della estrema gravità ed urgenza ai fini dell’adozione di misure cautelari monocratiche”.

Al di là dei titoloni sulla stampa nazionale, quindi, la “delibera del plenum del C.S.M. del 11.04.13 con cui è stato disposto il richiamo nel ruolo organico della magistratura del ricorrente, magistrato che ha conseguito la V valutazione di professionalità e la sua destinazione d’ufficio alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Aosta con funzioni di sostituto procuratore” non è stato sospeso senza alcuna valutazione nel merito.

La prossima partita si gioca il 23 maggio innanzi alla Sezione I quater del T.A.R. Lazio.

T.A.R. Lazio, Sez. I quater, decreto presidenziale 26 aprile 2013, n. 1808

Avv. Santi Delia

Graduatoria unica e T.F.A.: in attesa della consulta tutti ammessi se i posti sono liberi

TFA.jpgEra stato proposto un caso-pilota presso un’università romana dove erano rimasti posti disponibili. Il ricorrente era rimasto escluso in un altro ateneo pur avendo ottenuto un punteggio idoneo a superare la c.d. soglia d’ingresso.

Il Tar del Lazio ha ritenuto che “i concorsi per l’ammissione al TFA devono considerarsi “a numero chiuso” e, pertanto, il ricorso non appare manifestamente infondato avuto riguardo alle censure di violazione degli artt. 3,34 e 97 Cost, che sono stati ritenuti inficianti le norme regolatrici dell’ammissione al numero chiuso nelle altre Facoltà dove ciò è previsto per mancata previsione di una graduatoria nazionale, che all’allegato pregiudizio grave ed irreparabile è possibile ovviare disponendo l’ammissione con riserva del ricorrente a frequentare il TFA, classe A037 presso l’Università Europea di Roma, in cui risultano posti disponibili>.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio ha quindi ritenuto di “ovviare disponendo l’ammissione con riserva del ricorrente a frequentare il TFA”. I principi della Sez. III sul numero chiuso universitario vengono, dunque, trasposti per il campo degli insegnanti.

Sulla base di tale princiopio, anche tutte le graduatorie del TFA sono illegittime poiché incostituzionali; non è possibile, ad esempio, che un ricorrente senese per la sola “sfortuna” di aver fatto il concorso in una sede non possa entrare, mentre altri che hanno scelto altre sedi, come quella di Roma, riescono ad entrare con un proprio punteggio.

T.A.R. Lazio, Sez. III bis, 21 marzo 2013, n. 1301

Avv. Santi Delia

Violazione del principio dell’anonimato ed effetti sulla validità del procedimento di concorso

anonimato.jpgQuali gli effetti della conclamata violazione del principio dell’anonimato in una procedura concorsuale? Annullamento dell’intero concorso o ammissione dei ricorrenti?

E’ possibile chiedere ed ottenere il risarcimento del danno in forma specifica e quindi, l’ammissione al corso di laurea cui i ricorrenti aspirano?

Secondo il T.A.R. Cagliari “preso atto della domanda avanzata in via principale dal ricorrente volta ad ottenere l’ammissione al corso di laurea mediante l’annullamento del solo diniego di ammissione e/o risarcimento del danno in forma specifica e delle correlate censure avanzate in via principale dal ricorrente ai fini dell’annullamento del diniego di ammissione, ritiene il collegio che, ai fini dell’esame di tale domanda avanzata in via principale dal ricorrente, non sia necessario procedere all’integrazione del contraddittorio” giacchè deve decretarsi l’ammissione in soprannumero”.

 

 

Il T.A.R. CAGLIARI chiarisce che “quanto all’effetto del predetto accoglimento, il Collegio rileva (condividendo sul punto le considerazioni sviluppate da T.A.R. Campania Napoli, sez. IV – 28/10/2011 n. 5051 e T.A.R Lombardia, Brescia, sez. II, n. 1352 del 16 luglio 2012) che la conseguenza di ritenere irregolare la prova concorsuale implicherebbe potenzialmente l’annullamento delle graduatorie e porterebbe alla conseguenza di travolgere la posizione di soggetti utilmente collocati in graduatoria, con grave “vulnus” del principio di affidamento e di certezza degli atti dell’amministrazione.

Al contrario più ragionevole appare l’opzione di accogliere il gravame limitatamente alla posizione del ricorrente, con la sua iscrizione in soprannumero, senza alcun effetto sulla posizione degli altri candidati utilmente collocati in graduatoria (cfr. T.A.R Lombardia, Brescia, sez. II, n. 1352 del 16 luglio 2012; Tar Campania, Napoli, sezione quarta n. 5051 del 28 ottobre 2011; T.A.R. Toscana, sez. I, n. 1105 del 27/6/2011; T.A.R. Sicilia, Palermo, sez. I, n. 457 del 28/2/2012; T.A.R. Sicilia, Catania, sez. III, n. 1528 del 28 agosto 2008; T.A.R. Lombardia, Brescia, ordinanza cautelare n. 972 del 15 dicembre 2011).

Il ricorso va dunque accolto nei termini indicati, con conseguente annullamento degli atti impugnati nella sola parte d’interesse del ricorrente e cioè limitatamente alla parte in cui il ricorrente non è collocata in posizione utile per l’ammissione al corso di laurea di cui si controverte.

Va riconosciuto altresì il diritto del ricorrente all’ammissione ed all’iscrizione, anche in soprannumero, al corso di laurea, facendosi obbligo alle Amministrazioni resistenti di procedere in via definitiva all’ammissione, anche in soprannumero, del ricorrente al corso di laurea medesimo.

Ma come è stato acclarato in questo caso la violazione dell’anonimato?

“Illegittimamente e in palese violazione dei menzionati principi di segretezza della prova di concorso e di violazione della regola dell’anonimato nei pubblici concorsi, i candidati che hanno partecipato alla prova selettiva in questione sono stati invitati dalla commissione “a deporre il proprio documento di identità in evidenza sul banco in modo che potesse essere consultato dai membri della Commissione in ogni momento”.

Tale circostanza, oltre che risultare dalle denunce prodotte in giudizio dalla parte ricorrente, risulta ammessa dalla stessa Amministrazione resistente nella relazione dell’Università degli studi di Sassari del 4 dicembre 2012 protocollo n. 36578, depositata in giudizio dall’Amministrazione resistente, nella quale si dà espressamente atto che “Ciascun candidato è stato identificato…. omissis…. ed è stato invitato, secondo quanto disposto dalle linee guida ministeriali sopra richiamate, a deporre il proprio documento di identità in evidenza sul banco in modo che potesse essere consultato dai membri della Commissione in ogni momento”.

Risultano pertanto fondate le censure in proposito mosse dalla parte ricorrente secondo cui, per tutta la durata della prova, i commissari hanno potuto vedere l’abbinamento “nome candidato-codice segreto”, in quanto il nome del candidato era ricavabile dalla carta d’identità che i commissari hanno richiesto che fosse tenuta in vista accanto ai candidati e il numero segreto era leggibile sui fogli della prova di concorso su cui i candidati dovevano lavorare.

Ciò stante, ritiene il collegio che debbano trovare applicazione, anche nel caso di specie, i principi affermati in materia nella sentenza del T.A.R. Sicilia, Catania, sez. III, n. 1528 del 28 agosto 2008, secondo cui “le norme che assicurano l’anonimato ricevono un’applicazione oggettiva e non sono influenzate dagli stati d’animo e dalle intenzioni né dei candidati né della Commissione esaminatrice in quanto per la loro applicazione non è necessario un giudizio sull’elemento soggettivo (dolo o colpa) dei partecipanti o dei membri della Commissione, bastando allo scopo l’esame sulla

circostanza per cui l’anonimato assoluto delle prove scritte sia stato o meno assicurato, sicché, il giudizio non deve essere condotto sino al punto di accertare se il riconoscimento si sia effettivamente verificato, bastando all’uopo la verificazione della semplice potenzialità del suo avverarsi, trattandosi di una situazione che potrebbe essere assimilata a quella di “pericolo oggettivo”, in quanto non è assolutamente possibile accertare se il riconoscimento sia o meno avvenuto nella sfera soggettiva intima di uno qualsiasi dei membri della Commissione con l’ulteriore precisazione che è del tutto irrilevante che la violazione, anche potenziale, dell’anonimato sia o meno avvenuto ad opera del candidato, di un membro della Commissione, dell’Amministrazione stessa o di un terzo estraneo, poiché l’applicazione oggettiva delle norme, per il soddisfacimento dell’interesse primario già tratteggiato, fa si che la violazione della segretezza renda ex se illegittima la procedura (Consiglio di Stato, Sezione V, 2 marzo 2000 n. 1071)”.

T.A.R. Cagliari, Sez. I, 14 marzo 2013, n. 229

Avv. Santi Delia

TAR LAZIO: i Monti Bond non si toccano respinto il ricorso CODACONS

images?q=tbn:ANd9GcQl2xeJ5Z1LGzpY5DKti7K_eU1rWrNBBHNqjzvpjnyO2yTTQM4LggIl Codacons, l’Associazione Italiana Utenti dei Servizi Finanziari Bancari e Assicurativi Onlus e un consumatore avevano impugnato la “delibera adottata dal direttorio della Banca d’Italia conosciuta in data 27 gennaio 2013 con la quale è stato espresso parere favorevole all’emissione da 3,9 miliardi che sarà sottoscritta dal Tesoro, in favore di MPS- Banca Monte dei Paschi di Siena”. Il prestito di quasi 4 miliardi di euro, secondo il Codacons, non doveva essere concesso.

Il T.A.R. con 3 decreti presidenziali aveva avviato un’approfondita istruttoria ma, alla camera di consiglio del 20 febbraio ha rigettato la domanda cautelare. Ecco perchè.

“Considerato che nella presente sede deve delibarsi unicamente la domanda cautelare proposta dai ricorrenti;

Considerato che, ai sensi dell’art. 55 c.p.a., al fine della concessione della tutela cautelare, parte ricorrente deve allegare di subire un pregiudizio grave e irreparabile durante il tempo necessario a giungere alla decisione sul ricorso;

Considerato che nel caso di specie le parti ricorrenti, nell’illustrare nei propri scritti difensivi tale necessario ed imprescindibile presupposto, affermano in particolare che il medesimo sarebbe legato a conseguenze pregiudizievoli per l’”intero Paese” e a “danno della collettività”, anche con conseguenze gravose per l’Istituto bancario destinatario dei provvedimenti impugnati;

Considerato che tale prospettazione in ordine al lamentato pregiudizio – anche sui profili di concorrenzialità e libero mercato evidenziati da parte ricorrente nel corso della camera di consiglio collegiale – appare indeterminata e meramente eventuale nel suo realizzarsi, allo stato del procedimento finora espletato, né sorretta da elementi idonei alla configurazione dei ricordati presupposti previsti dalla norma, tenuto conto anche della sussistenza a base degli atti impugnati di provvedimenti di ordine legislativo, quale il d.l. n. 95/12, conv. in l.n. 135/12 e s.m.i., e comunitario, quale la decisione della Commissione Europea C(2012) 9669 final.corr. del 17.1.2012;

Considerato quindi che quanto prospettato dalle parti ricorrenti non appare collegato specificamente a situazioni di pregiudizio immediato e diretto nei confronti delle medesime che sono necessarie al fine della concessione della tutela di cui all’art. 55 cit;

Considerato quanto sopra ai fini del rigetto dell’istanza cautelare avanzata nella presente fase e riservata ogni altra valutazione in rito e merito anche in relazione ad ulteriori approfondimenti istruttori relativi a quanto finora depositato in giudizio”.

Rigetto solo in punto di periculum, quindi, la partita si sposta al merito.

T.A.R. Lazio, Sez. III, ord. 21 febbraio 2013, n. 879, Pres. Bianchi, est. Correale

Avv. Santi Delia