Corte Appello di Milano: agli specializzandi 70.000 euro di risarcimenti

medici4.jpgLa Sezione Lavoro della Corte d’Appello di Milano ha accertato il diritto alla rideterminazione triennale della borsa di studio e condannato così la Presidenza del Consiglio dei Ministri a pagare i medici specializzandi nel periodo 1994-2006 ed oggi specialisti.

Ai medici che si sono specializzati nel periodo tra il 1993 e il 2007 non è stata garantita l’”adeguata remunerazione” sancita dalla Direttiva 93/16/CE. In tale periodo i medici specializzandi hanno ricevuto la borsa di studio di cui al D.lgs. 257/91 – “bloccata” al valore del 1992 – senza l’applicazione del meccanismo di adeguamento previsto dall’art. 6 del D.lgs. 257/91.

 

Il principio comunitario dell’”adeguata remunerazione” doveva essere garantito in Italia mediante un meccanismo di adeguamento delle borse di studio, comprendente la sua indicizzazione annuale per l’adeguamento al costo della vita nella misura del tasso programmato di inflazione e la sua rideterminazione triennale in funzione perequativa in funzione del miglioramento stipendiale tabellare minimo previsto dalla contrattazione collettiva relativa al personale medico neoassunto dipendente dal SSN. Tale meccanismo di adeguamento è stato utilizzato solo per l’anno 1992 e da allora l’emolumento è rimasto bloccato fino al 2006. La Corte milanese si è rifatta alla recente Sentenza della Suprema Corte di Cassazione, Sez. Lav., 29/10/2012 n. 18562 la quale ha rilevato che la parte di meccanismo di adeguamento relativo alla rideterminazione triennale è rimasto pienamente in vigore nel periodo tra il 1994 e il 2007.  Il Legislatore ha sospeso dal 94 al 2006, con varie leggi giustificate della tutela del bilancio pubblico, il meccanismo di indicizzazione annuale per l’adeguamento al costo della vita. Incredibilmente però il Legislatore “si è dimenticato” di emettere qualsiasi provvedimento “sospensivo” sulla parte di meccanismo di adeguamento inerente la rideterminazione triennale.

In altre parole i medici specializzandi, nel periodo tra il 94 e il 2006, avrebbero dovuto ricevere una borsa di studio il cui valore doveva essere ogni tre anni riparametrata rispetto alla contrattazione collettiva del personale medico dipendente del SSN, così da agganciare la remunerazione degli specializzandi agli incrementi contrattuali conseguiti dal personale medico dipendente anche per evidenti ragioni di parità di trattamento rispetto ad analoghe mansioni svolte.

C. App. Milano, Sez. Lavoro 24 luglio 2013, n. 4832.

Obiettivo avvocato: parte il corso di preparazione per l’esame di abilitazione forense

images?q=tbn:ANd9GcQ6oR6BXhBGM-QET1FfG3tGUCIzqgquf1fY_JZc6pfslG9jjHLLIl Direttore Scientifico Avv. Santi Delia è lieto di comunicare a tutta l’utenza del Weblog di Informazione giuridica  l’imminente avvio dei corsi di preparazione per l’esame di abilitazione alla professione forense, che verranno tenuti presso le sedi di Messina e Taurianova.

La caratteristica principale del corso risiede nell’originalità del metodo didattico impiegato: gli iscritti, posti innanzi ad una fattispecie controversa tratta dalla prassi giudiziaria, saranno accompagnati nella ricostruzione personale del caso, attraverso la padronanza del quadro normativo di riferimento, l’elaborazione delle sue possibili interpretazioni, l’individuazione della soluzione più confacente alla vicenda esaminata, e la verifica delle argomentazioni a sostegno di essa.

Il contributo del docente, dunque, sarà essenzialmente rivolto a dotare i corsisti di un’autonoma capacità di analisi, valutazione e discernimento, che consenta loro di fronteggiare qualsiasi tematica giuridica, anche qualora non abbia formato oggetto di studio specifico da parte dell’iscritto al corso.

Accanto all’approccio individualizzante, non mancherà il consolidamento globale delle conoscenze più rilevanti nei settori del diritto civile e penale, oggetto delle tracce dei pareri motivati assegnati in sede d’esame.

Gli iscritti sapranno destreggiarsi fra gli istituti giuridici più ricorrenti nell’esperienza giurisprudenziale, per scoprirsi in possesso delle tecniche di argomentazione e di analisi critica essenziali al raggiungimento dello scopo prefissato.

La tre-giorni di prove scritte, pertanto, non desterà più alcuna preoccupazione, costituendo la sede naturale in cui fare applicazione spontanea delle acquisizioni teorico-pratiche e gli accorgimenti decisivi per una corretta impostazione dei pareri motivati e dell’atto giudiziario, richiesti all’aspirante avvocato per l’accesso alla professione.

Per informazioni:

nn. tel. 090/6412910 – 090/6406782

cell. 339/3714079

Mail info@obiettivoavvocato.it

Sarà possibile, inoltre, ricevere per appuntamento, presso le sedi di Messina e Taurianova, al fine di illustrare personalmente il metodo didattico che verrà seguito.

TAR LAZIO: i Monti Bond non si toccano respinto il ricorso CODACONS

images?q=tbn:ANd9GcQl2xeJ5Z1LGzpY5DKti7K_eU1rWrNBBHNqjzvpjnyO2yTTQM4LggIl Codacons, l’Associazione Italiana Utenti dei Servizi Finanziari Bancari e Assicurativi Onlus e un consumatore avevano impugnato la “delibera adottata dal direttorio della Banca d’Italia conosciuta in data 27 gennaio 2013 con la quale è stato espresso parere favorevole all’emissione da 3,9 miliardi che sarà sottoscritta dal Tesoro, in favore di MPS- Banca Monte dei Paschi di Siena”. Il prestito di quasi 4 miliardi di euro, secondo il Codacons, non doveva essere concesso.

Il T.A.R. con 3 decreti presidenziali aveva avviato un’approfondita istruttoria ma, alla camera di consiglio del 20 febbraio ha rigettato la domanda cautelare. Ecco perchè.

“Considerato che nella presente sede deve delibarsi unicamente la domanda cautelare proposta dai ricorrenti;

Considerato che, ai sensi dell’art. 55 c.p.a., al fine della concessione della tutela cautelare, parte ricorrente deve allegare di subire un pregiudizio grave e irreparabile durante il tempo necessario a giungere alla decisione sul ricorso;

Considerato che nel caso di specie le parti ricorrenti, nell’illustrare nei propri scritti difensivi tale necessario ed imprescindibile presupposto, affermano in particolare che il medesimo sarebbe legato a conseguenze pregiudizievoli per l’”intero Paese” e a “danno della collettività”, anche con conseguenze gravose per l’Istituto bancario destinatario dei provvedimenti impugnati;

Considerato che tale prospettazione in ordine al lamentato pregiudizio – anche sui profili di concorrenzialità e libero mercato evidenziati da parte ricorrente nel corso della camera di consiglio collegiale – appare indeterminata e meramente eventuale nel suo realizzarsi, allo stato del procedimento finora espletato, né sorretta da elementi idonei alla configurazione dei ricordati presupposti previsti dalla norma, tenuto conto anche della sussistenza a base degli atti impugnati di provvedimenti di ordine legislativo, quale il d.l. n. 95/12, conv. in l.n. 135/12 e s.m.i., e comunitario, quale la decisione della Commissione Europea C(2012) 9669 final.corr. del 17.1.2012;

Considerato quindi che quanto prospettato dalle parti ricorrenti non appare collegato specificamente a situazioni di pregiudizio immediato e diretto nei confronti delle medesime che sono necessarie al fine della concessione della tutela di cui all’art. 55 cit;

Considerato quanto sopra ai fini del rigetto dell’istanza cautelare avanzata nella presente fase e riservata ogni altra valutazione in rito e merito anche in relazione ad ulteriori approfondimenti istruttori relativi a quanto finora depositato in giudizio”.

Rigetto solo in punto di periculum, quindi, la partita si sposta al merito.

T.A.R. Lazio, Sez. III, ord. 21 febbraio 2013, n. 879, Pres. Bianchi, est. Correale

Avv. Santi Delia

Trasferimento da Università straniere: nuovo si al ritentro dalla Romania

images?q=tbn:ANd9GcSmNsXT6cC7-x3ZXA8dW3Ua1tdMJqyIvoOCQi3FrPpgwPgZFr-zHgAnche il T.A.R. Lazio torna ad occuparsi della possibilità per gli studenti, iscritti ad anni successivi al primo della facoltà di Medicina e con argomenti di robusta ed ampia portata sconfessa l’orientamento restrittivo del Consiglio di Stato e sposa, invece, quello più recente del T.A.R. Cagliari, del T.A.R. Marche e del T.A.R. L’Aquila con il quale è stato consentito a moltissimi studenti di ottenere il trasferimento in Italia.

Negli anni passati l’Ateneo aquilano aveva consentito a studenti provenienti dall’estero di rientrare in Italia senza alcun obbligo di sostenere il test. Il MIUR, però, aveva ordinato all’Ateneo di annullare la procedura giacchè secondo il nostro Ministero non sarebbe consentito ad uno straniero proveniente da un’Università comunitaria di ottenere il trasferimento in Italia giacchè dovrebbe prima superare il test di ammissione.

Di diverso avviso è il T.A.R. Lazio.

Secondo il T.A.R. va accolta la prospettazione con la quale i ricorrenti fanno valere la violazione delle norme della Convenzione di Lisbona sul riconoscimento dei titoli di studio superiore e quella secondo cui, partendo dall’osservazione che l’art. 31 del d.lgs. n. 206 del 2007 prevede l’automatico riconoscimento in Italia del titolo di Laurea in odontoiatria ed in medicina e chirurgia conseguito in università europee e che la distribuzione sul territorio europeo dei professionisti segue i normali principi di regolazione del mercato”. “Sebbene l’indirizzo rigoroso prescelto dal Ministero trovi certamente una giustificazione di opportunità nell’esigenza di evitare da parte di taluni studenti i veri e propri aggiramenti dell’obbligo preselettivo, mediante l’iscrizione al primo anno e il superamento di pochi e a volte più semplici esami in altre università straniere, è lo stesso ordinamento interno a non prevedere, almeno allo stato attuale, disposizioni tali da precludere agli studenti comunitari il trasferimento ad anni successivi al primo presso Atenei italiani, seppur a “numero chiuso” senza necessità di espletare un test preselettivo, neppur quando nelle università di provenienza sia previsto un test iniziale di accesso”.

Il T.A.R. Lazio mostra espressamente di condividere le idee del T.A.R. Cagliari che dal maggio al dicembre del 2012 ha bocciato con vigore le tesi del Consiglio di Stato.

T.A.R. Lazio, Sez. III bis, 12 gennaio 2013, est. Biancofiore, Pres. Speranza.

Avv. Santi Delia

TAR LAZIO: No alla filiazione delle Università straniere in Italia

Fig.001-UFP.jpgL’accesso ai corsi di area sanitaria è sempre più difficile. Il numero programmato è diventato numero chiuso. I test sono spesso insormontabili anche per un medico dalla carriera ventennale. Che si fa, allora, per coronare il sogno di indossare il camice bianco?

Sono sempre più gli studenti che si rivolgono alla via estera e scelgono di vivere in Spagna, Belgio, Romania e Albania.

Tasse, vitto, alloggio e vita da studenti all’estero, tuttavia, non sono certo alla portata di tutte le famiglie Italiane.

Ecco allora che con sempre più frequenza si assiste ad offerte di istruzione da parte di Università estere ma che consentono di svolgere parte dei corsi in Italia.

E’ l’ipotesi della c.d. filiazione in Italia di cui alla L. 14 gennaio 1999, n. 14.

Secondo il T.A.R. Lazio, tuttavia, per potersi parlare di “filiazione” è necessario che in Italia si svolgano solo alcune materie che fanno parte di programmi didattici e non l’intero complesso degli insegnamenti specifici del corso in quanto, così facendo, si snatura il senso della filiazione tentando di dar vita ad “un vero e proprio trasferimento di interi corsi di laurea in Italia”.

“Avuto riguardo alla lettera della norma di cui all’art. 2, comma 1 della legge 14 gennaio1999, n. 4 che pone condizioni alla filiazione di università straniere in Italia: “1. Alle filiazioni in Italia di università o istituti superiori di insegnamento a livello universitario aventi sedi nel territorio di Stati esteri ed ivi riconosciuti giuridicamente quali enti senza scopo di lucro si applicano le disposizioni del presente articolo a condizione che:

a) abbiano per scopo ed attività lo studio decentrato in Italia di materie che fanno parte di programmi didattici o di ricerca delle rispettive università o istituti superiori;

b) gli insegnamenti siano impartiti solo a studenti che siano iscritti alle rispettive università o istituti superiori;”;

Rilevato che, invece, per come risulta dalla produzione documentale della stessa ricorrente (allegato 10) per il Corso di laurea in Fisioterapia la maggior parte degli insegnamenti tipici del ridetto corso di laurea sono trasferiti in Italia, mentre in Lisbona restano l’insegnamento della lingua inglese (secondo semestre), della psicologia applicata (terzo semestre), della organizzazione politica portoghese (quinto semestre), ed analogamente accade per il Corso di Laurea in odontoiatria, mentre la lettera della norma principe consente il trasferimento di “materie che fanno parte di programmi didattici”e non dell’intero complesso degli insegnamenti specifici del corso di laurea, atteso che altri sono gli strumenti offerti dall’ordinamento per la istituzione di corsi di laurea o per l’insediamento di università straniere in Italia;

Rilevato che neppure la direttiva di cui al D.M. 23 maggio 2000 autorizza una applicazione della norma come è quella operata dalla Università ricorrente, che pare operare più che una filiazione un vero e proprio trasferimento di interi corsi di laurea in Italia;

Considerato che pertanto non pare condivisibile la censura di violazione dell’art. 2 della legge n. 4 del 1999 per prima proposta”.

T.A.R. Lazio, Sez. III bis, ord. 4 maggio 2012, n. 1579

Avv. Santi Delia

Trasferimento da Università straniere: nuovo si al ritentro dalla Romania

images?q=tbn:ANd9GcSmNsXT6cC7-x3ZXA8dW3Ua1tdMJqyIvoOCQi3FrPpgwPgZFr-zHgUno studente, iscritto al terzo anno dell’Università dell’Ovest “Vasile Goldis” della Romania, facoltà di Medicina Farmacia e Medicina Dentaria, dopo aver sostenuto (presso la predetta Università) le materie relative ai primi tre anni di corso, chiedeva ad una prestigiosa Università italiana il nulla osta per il trasferimento presso la facoltà di Medicina e Chirurgia – corso di laurea in Odontoiatria, propedeutico per l’iscrizione al terzo anno del corso in odontoiatria per l’anno accademico 2011/2012.

Secondo l’Ateneo italiano, tuttavia, non sarebbe consentito ad uno straniero proveniente da un’Università comunitaria di ottenere il trasferimento in Italia giacchè dovrebbe prima superare il test di ammissione.

Di diverso avviso il T.A.R. Catanzaro che ha ammesso il ricorrente a studiare presso l’Ateneo Italiano.

Secondo il T.A.R. Calabria, “le ulteriori censure di violazione dell’art. 2 della legge 11 luglio 2002 n. 148 e dell’art. 31 del d.lgs. 9 novembre 2007 n. 206 sono fondate atteso che nessuna norma prescrive, per il caso di iscrizione ad anni successivi al primo per trasferimento da altra Università sita in un Paese comunitario, quale la Romania, l’effettuazione di una prova preselettiva ulteriore rispetto a quella sostenuta per l’iscrizione al primo anno di corso, in quanto una diversa interpretazione sarebbe contraria al principio di libertà di circolazione e soggiorno nel territorio degli Stati comunitari, suscettibile di applicazione nel settore dell’istruzione tenuto conto degli obiettivi perseguiti dagli artt. 3 n. 1 lett. q), Ce e 149 n. 2, Ce”.

Secondo i Giudici della Calabria non è invece fondata la censura di mancata comunicazione di avvio del procedimento pur se, di diverso avviso, in analoga materia, è il Consiglio di Stato.

T.A.R. Calabria, Sez. II, 28 gennaio 2012, n. 55

Contra in tema di mancata comunicazione di avvio del procedimento

Cons. Stato, Sez. II, par. 20 aprile 2011, n. 1553

Avv. Santi Delia

Trasferimento da Università straniere: si al ritentro dalla Romania

images?q=tbn:ANd9GcSmNsXT6cC7-x3ZXA8dW3Ua1tdMJqyIvoOCQi3FrPpgwPgZFr-zHgUno studente, iscritto al sesto anno dell’Università dell’Ovest “Vasile Goldis” della Romania, facoltà di Medicina Farmacia e Medicina Dentaria, dopo aver sostenuto (presso la predetta Università) le materie relative ai primi cinque anni di corso, chiedeva ad una prestigiosa Università italiana il nulla osta per il trasferimento presso la facoltà di Medicina e Chirurgia – corso di laurea in Odontoiatria, propedeutico per l’iscrizione al sesto anno del corso in odontoiatria per l’anno accademico 2011/2012.

Secondo l’Ateneo italiano, tuttavia, non sarebbe consentito ad uno straniero proveniente da un’Università comunitaria di ottenere il trasferimento in Italia giacchè dovrebbe prima superare il test di ammissione.

Di diverso avviso il T.A.R. Firenze che ha ammesso il ricorrente a studiare presso l’Ateneo Italiano.

T.A.R. Firenze, Sez. I, 21 dicembre 2011, n. 1251

Avv. Santi Delia

 

Posti vacanti riservati agli extracomunitari: si all’attribuzione ai comunitari

images?q=tbn:ANd9GcQlbTNZLCc4iQHPMmOUlwKJXWeCi4nT9A8hXaI0GatT93nGEcfrAAIL CASO. Come ogni anno, da ormai un decennio, nessun cinese sbarca in uno degli Atenei isolani per studiare Medicina. I non pochi ed ambitissimi posti rimangono liberi e diversi soggetti comunitari chiedono al T.A.R. Catania che gli vengano attribuiti. Quest’anno poi, con l’introduzione del punteggio minimo di 20 punti per entrare in graduatoria, sono, allo stato, ben 23 su 25 i posti rimasti liberi pari ad oltre il 10% dell’intero contingente bandito.

Sarà possibile attribuire tali posti vacanti ai cittadini comunitari che abbiano utilmente partecipato al concorso?

Appena un mese fa (24 agosto 2011), la I Sezione del T.A.R. Catania aveva detto si alla redistribuzione di tali posti rimasti vacanti. Oggi la conferma con ulteriori e più approfonditi spunti di riflessioni e una decisa presa di posizione sulla giurisprudenza contraria a tale possibilità.

Secondo la III Sezione del T.A.R. la redistribuzione dei posti vacanti, “premessi i principi di cui all’art. 33, comma 1, della Costituzione – “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento” ed all’art. 34 comma 1, Cost. – “La scuola è aperta a tutti”) merita di essere condivisa alla stregua della prevalente giurisprudenza in materia (cfr. Consiglio Stato, sez. VI, 10 settembre 2009, n. 5434), secondo cui in presenza di un rapporto di congruità fra le strutture dell’Università e il numero complessivo programmato per le iscrizioni al corso di laurea in medicina e chirurgia, la garanzia del diritto allo studio, sancita dall’art. 34 comma 1, cost. – che si qualifica come diritto della persona e non soffre limitazioni in relazione al grado di istruzione – porta a privilegiare la tesi volta ad assicurare lo scorrimento degli studenti comunitari, utilmente collocati in graduatoria, nei posti assegnati agli studenti extracomunitari restati non utilizzati (vedi anche, ex multis, T.A.R. Sicilia Palermo sentenza 141/2008)“.

La giurisprudenza di segno opposto. “Il diverso orientamento giurisprudenziale (cfr. C.g.a. n. 21 del 14 gennaio 2009), secondo cui i posti riservati agli extracomunitari costituiscono una quota non occupabile dagli studenti comunitari, si basa sulla circostanza che lo scorrimento sarebbe stato previsto a suo tempo in via eccezionale (solo per l’anno accademico 1999/2000) sulla base di una espressa e tassativa previsione di legge (art. 1, comma 2, della legge 27 marzo 2001, n. 133), ma che tale argomento non considera che, stante i ricordati principi costituzionali sul diritto allo studio ed al sapere, le uniche norme che debbono essere stabilite espressamente sono quelle che in qualche modo limitano il diritto prefigurato dalla Carta fondamentale della Repubblica e non certo le norme che, nel rispetto della Costituzione, consentono il libero accesso agli studi da parte di tutti i cittadini;

– che non appare convincente nemmeno la decisione n. 4556 del 15 luglio 2010 della VI Sezione del Consiglio di Stato, secondo cui la graduatoria riservata agli extracomunitari non residenti in Italia è finalizzata alla formazione di personale che dopo il conseguimento del titolo di studio è destinato a rientrare nel proprio Paese di origine, senza alcuna incidenza sulla situazione occupazionale italiana, in quanto il profilo occupazionale (pur enunciato dall’art. 3, comma 1, lett. a) della L. 264/1999] è da ritenersi recessivo rispetto al dato concernente la concreta potenzialità formativa dell’Università, posto che tale potenzialità (come a suo tempo precisato dalla Corte Costituzionale con sent. 383/1998 che ha generato la riforma di cui alla L. 264/1999) costituisce parametro di salvezza costituzionale del c.d. numero programmato degli accessi universitari;

I principi costituzionali e comunitari. “Che, pertanto, dell’art. 3, comma 1 lett.a), della legge n. 264/1999, va data una interpretazione costituzionalmente orientata, nel senso che il riferimento al “fabbisogno di professionalità del sistema sociale e produttivo”, non può mai prevalere sulla disponibilità strutturale delle università ad assicurate il diritto allo studio;

RITENUTO che, anche a volere considerare la lettera della norma in parola, questa va, in parte qua, disapplicata siccome in contrasto con i principi comunitari in tema di concorrenza e di libero mercato di cui al vigente Trattato di Funz. Un. Europea e precisamente con: l’artt. 3, comma 1 lett. b; l’art. 49, comma 2; l’art. 53; l’art. 57; nonché l’ art. 101 comma 1, secondo cui “Sono incompatibili con il mercato interno e vietati tutti gli accordi tra imprese, tutte le decisioni di associazioni di imprese e tutte le pratiche concordate che possano pregiudicare il commercio tra Stati membri e che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato interno …”);

– che sul principio di disapplicazione del diritto interno il Collegio può limitarsi a richiamare autorevoli e noti precedenti giurisprudenziali: a) Corte giustizia CE, sez. III, 19 novembre 2009, n. 314 (il conflitto tra una disposizione normativa nazionale e una disposizione del Trattato direttamente applicabile impone al giudice nazionale di applicare il diritto comunitario e, se necessario, disapplicare la disposizione interna confliggente; spetta agli Stati membri individuare gli organi competenti a dichiarare definitivamente la nullità della disposizione nazionale contraria al diritto comunitario); b) Cons.giust.amm. Sicilia, sez. giurisd., 25 maggio 2009, n. 470 (i principi del Trattato istitutivo della Ce applicati nelle pronunce della Corte di giustizia delle Comunità Europee hanno efficacia diretta nell’ordinamento interno degli Stati membri e vincolano il giudice nazionale. Le pronunce della Corte di giustizia delle Comunità europee hanno efficacia diretta nell’ordinamento interno degli Stati membri, al pari dei regolamenti e delle direttive e delle decisioni della commissione, vincolando il giudice nazionale alla disapplicazione delle norme interne con esse configgenti); (cfr. anche, in tema di disapplicazione del diritto interno, Consiglio Stato Ad. Plen., 3 marzo 2008 , n. 1; T.A.R. Sicilia Palermo, sez. III, 17 maggio 2010 , n. 6878; Cassazione civile, sez. lav., 21 dicembre 2009, n. 26897);

CONSIDERATO altresì che già in passato l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, con determina del 21.4.2009 (pubbl. nel sito www.agcom.it il 4.5.2009), emessa in relazione al contingente dei posti previsti per le iscrizioni al corso di laurea di Odontoiatria, ma palesemente applicabile, nei principi ivi enunciati, anche ai corsi di accesso alla Facoltà di Medicina, ha severamente censurato tutte le restrizioni di accesso agli studi che (come quelle collegate al mero “fabbisogno di professionalità”) non siano collegabili alla effettiva ricettività delle strutture universitari”.

T.A.R. Sicilia, Catania, Sez. III, sentenza breve 23 settembre 2011, n. 2301

Articoli correlati

Corsi di laurea a numero chiuso: i posti rimasti liberi originariamente riservati agli extracomunitari vanno assegnati ai ricorrenti

Avv. Santi Delia

Termini per ricorrere innanzi al G.A. in ipotesi di bando espulsivo: l’intervento che non ti aspetti della C.G.E.

images?q=tbn:ANd9GcTeSLIc3s3RPuHfc8wI85JYXYUsVemLP-vp-PwOPirCMUaUsU-zxgCi sentiamo ripetere da qualche tempo che, in ipotesi di clausole del bando immediatamente lesive che non consentono neanche la partecipazione alla gara o al concorso, è onere dell’aspirante procedere all’immediata impugnativa pena la decadenza.

La C.G.E. non è completamente daccordo sul principio. Ecco perchè.

Il caso. Tra il 1989 e il 2005, il sig. Rosado Santana ha lavorato in qualità di dipendente pubblico temporaneo2 presso la Junta de Andalucía (Comunità autonoma d’Andalusia, Spagna). Egli è divenuto dipendente pubblico di ruolo3 di detta amministrazione regionale nel 2005.
Nel 2007, detta amministrazione regionale ha pubblicato un bando di concorso che annunciava l’organizzazione di prove ai fini della promozione interna dei suoi dipendenti di ruolo.
Il bando precisava i requisiti che i candidati alle prove dovevano possedere. In particolare, i candidati dovevano detenere o essere in grado di ottenere il titolo di «Bachiller Superior» ovvero, in mancanza di tale titolo, comprovare un’anzianità di servizio di dieci anni in qualità di funzionario di ruolo di un certo grado. Al riguardo, il bando di concorso precisava che non sarebbero stati presi in considerazione né i servizi anteriori prestati in qualità di personale a tempo determinato o contrattuale presso qualsiasi amministrazione pubblica, né altri servizi anteriori dello stesso genere.
Il sig. Rosado Santana, sebbene non possedesse né il titolo richiesto per partecipare al concorso né un’anzianità di servizio di dieci anni in qualità di funzionario di ruolo, è stato tuttavia ammesso a partecipare alle prove e ha superato il concorso. È stato quindi iscritto sull’elenco definitivo dei vincitori pubblicato nel novembre 2008. Nondimeno, il 25 marzo 2009, l’amministrazione regionale ha annullato la sua promozione in quanto l’interessato non possedeva né il titolo richiesto né l’anzianità di dieci anni in qualità di dipendente di ruolo.
Il sig. Rosado Santana ha proposto ricorso contro tale decisione, ritenendo che essa violi il principio di non discriminazione enunciato nell’accordo quadro. Dal suo punto di vista, infatti, i periodi di servizio che egli ha prestato in quanto dipendente temporaneo (dal 1989 al 2005) dovrebbero essere presi in considerazione al fine di calcolare l’anzianità di dieci anni richiesta per la partecipazione alle prove di promozione”.

L’azione è instaurata dinanzi al Tribunale amministrativo di Siviglia nei 60 giorni dalla comunicazione di esclusione e non nei 60 giorni dalla pubblicazione del bando.

La decisione. La Corte, pur  precisando che “il diritto dell’Unione non osta, in linea di principio, ad una normativa nazionale che prevede che il ricorso proposto da un dipendente di ruolo contro una decisione che respinge la sua candidatura ad un concorso, e basato su una violazione dell’accordo quadro, debba essere presentato nel termine di decadenza di due mesi a partire dalla data di pubblicazione del bando di concorso.

Tuttavia, qualora, come nella fattispecie, il dipendente sia stato ammesso alle prove e il suo nome sia comparso nell’elenco definitivo dei vincitori di detto concorso, il fatto di far decorrere il termine di due mesi previsto dal diritto spagnolo dalla pubblicazione del bando di concorso potrebbe rendere impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti attribuiti dall’accordo quadro. Qualora ciò avvenisse nella fattispecie, cosa che spetta al giudice nazionale verificare, il termine di due mesi potrebbe decorrere soltanto a partire dalla data di notifica della decisione che annulla la sua promozione.

C.G.E., 8 settembre 2011, C 177/10

Avv. Santi Delia

La C.G.E. riconosce il valore del precariato: il servizio a tempo determinato va computato ai fini dell’anzianità

corte-giustizia-europea-324.jpg?uuid=e95466e4-caae-11dd-aea7-2c4d60adc688Il principio è rivoluzionario. In tempo di precariato diffuso rappresenta addirittura una pietra miliare. Può cambiare la storia di tanti precari e tra questi, ci vengono in particolare in mente, i migliaia di supplenti bistrattati qua e la per decenni prima di ottenere “il ruolo”.

Secondo la C.G.E. “Qualora per la promozione interna dei dipendenti pubblici di ruolo sia richiesta una certa anzianità, gli Stati membri possono essere tenuti a riconoscere i periodi lavorati in qualità di dipendente pubblico temporaneo”, sempre che “ai fini del riconoscimento di tali periodi, le funzioni svolte in qualità di dipendente temporaneo siano paragonabili a quelle svolte da un dipendente di ruolo”.

La fonte di tale scelta? La direttiva 1999/701, con la quale si è data attuazione all’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso tra le organizzazioni intercategoriali di carattere generale (CES, UNICE, CEEP) al fine di migliorare la qualità del lavoro a tempo determinato. Esso contempla un principio di non discriminazione che vieta di trattare i lavoratori a tempo determinato in modo meno favorevole dei lavoratori a tempo indeterminato, a meno che il trattamento differenziato non sia giustificato da ragioni oggettive.

Dal comunicato stampa C.G.E.

Il caso. Tra il 1989 e il 2005, il sig. Rosado Santana ha lavorato in qualità di dipendente pubblico temporaneo2 presso la Junta de Andalucía (Comunità autonoma d’Andalusia, Spagna). Egli è divenuto dipendente pubblico di ruolo3 di detta amministrazione regionale nel 2005.
Nel 2007, detta amministrazione regionale ha pubblicato un bando di concorso che annunciava l’organizzazione di prove ai fini della promozione interna dei suoi dipendenti di ruolo.
Il bando precisava i requisiti che i candidati alle prove dovevano possedere. In particolare, i candidati dovevano detenere o essere in grado di ottenere il titolo di «Bachiller Superior» ovvero, in mancanza di tale titolo, comprovare un’anzianità di servizio di dieci anni in qualità di funzionario di ruolo di un certo grado. Al riguardo, il bando di concorso precisava che non sarebbero stati presi in considerazione né i servizi anteriori prestati in qualità di personale a tempo determinato o contrattuale presso qualsiasi amministrazione pubblica, né altri servizi anteriori dello stesso genere.
Il sig. Rosado Santana, sebbene non possedesse né il titolo richiesto per partecipare al concorso né un’anzianità di servizio di dieci anni in qualità di funzionario di ruolo, è stato tuttavia ammesso a partecipare alle prove e ha superato il concorso. È stato quindi iscritto sull’elenco definitivo dei vincitori pubblicato nel novembre 2008. Nondimeno, il 25 marzo 2009, l’amministrazione regionale ha annullato la sua promozione in quanto l’interessato non possedeva né il titolo richiesto né l’anzianità di dieci anni in qualità di dipendente di ruolo.
Il sig. Rosado Santana ha proposto ricorso contro tale decisione, ritenendo che essa violi il principio di non discriminazione enunciato nell’accordo quadro. Dal suo punto di vista, infatti, i periodi di servizio che egli ha prestato in quanto dipendente temporaneo (dal 1989 al 2005) dovrebbero essere presi in considerazione al fine di calcolare l’anzianità di dieci anni richiesta per la partecipazione alle prove di promozione”.

La decisione. Secondo la C.G.E. “il solo fatto che il sig. Rosado Santana sia divenuto dipendente di ruolo – e abbia quindi cessato di lavorare a tempo determinato – non osta all’applicabilità dell’accordo quadro. Al riguardo, la Corte considera che, poiché la discriminazione di cui il sig. Rosado Santana sostiene di essere vittima riguarda i periodi di servizio da esso compiuti in qualità di dipendente temporaneo, è privo di rilievo il fatto che egli sia nel frattempo divenuto di ruolo.
La Corte ricorda poi che l’accordo quadro si applica ai contratti e rapporti di lavoro a tempo determinato conclusi con le amministrazioni e gli altri enti del settore pubblico. L’accordo quadro pertanto esige che sia esclusa ogni disparità di trattamento tra i dipendenti di ruolo e i dipendenti temporanei di uno Stato membro, a meno che un trattamento diverso sia giustificato da ragioni oggettive.
Quindi, allo scopo di determinare se nella fattispecie il mancato riconoscimento dei periodi di servizio compiuti dal sig. Rosado Santana in qualità di dipendente temporaneo costituisca discriminazione, spetta al giudice spagnolo stabilire, in primo luogo, se il sig. Rosado Santana si trovasse, allorché esercitava le sue funzioni in qualità di dipendente temporaneo, in una situazione paragonabile a quella dei dipendenti di ruolo ammessi a partecipare alla procedura di promozione. Nel contesto di tale verifica, il giudice nazionale deve segnatamente prendere in considerazione la natura delle funzioni svolte dall’interessato in qualità di dipendente temporaneo e la qualità dell’esperienza che egli ha a questo titolo acquisito.
In tal senso, qualora il giudice nazionale concludesse che le funzioni svolte dal sig. Rosado Santana in qualità di dipendente temporaneo non corrispondevano a quelle svolte da un dipendente di ruolo del grado richiesto nel bando di concorso, l’interessato non potrebbe asserire di aver subito una discriminazione.
Se, per contro, risulta dall’esame condotto dal giudice nazionale in merito alle funzioni svolte dal sig. Rosado Santana in qualità di dipendente temporaneo, che quest’ultimo si trovava in una situazione paragonabile a quella di un dipendente di ruolo del grado richiesto nel bando di concorso, il giudice spagnolo dovrebbe, in secondo luogo, verificare se esiste una ragione oggettiva che giustifichi la mancata considerazione di detti periodi di servizio nell’ambito della procedura di selezione di cui trattasi.
Al riguardo, la Corte ricorda che la nozione di «ragioni oggettive» richiede che la disparità di trattamento constatata sia giustificata dall’esistenza di elementi precisi e concreti che caratterizzano la condizione d’impiego in parola, allo scopo di verificare se tale disparità risponda ad una reale necessità, sia idonea a raggiungere l’obiettivo perseguito e sia necessaria a tale scopo. Tali elementi possono risultare, segnatamente, dalla particolare natura delle mansioni per l’espletamento delle quali i detti contratti a tempo determinato sono stati conclusi e dalle caratteristiche ad esse inerenti o, eventualmente, dal perseguimento di una legittima finalità di politica sociale di uno Stato membro. In ogni caso, il semplice riferimento alla natura temporanea del lavoro del personale dell’amministrazione pubblica non soddisfa tali
esigenze e tale natura non è quindi di per sé idonea a costituire una ragione oggettiva ai sensi dell’accordo quadro”.

C.G.E., 8 settembre 2011, C 177/10

Avv. Santi Delia