Governo e campagna referendaria

Avv. Nicola Bozzo. Il tema della relazione tra governo e consultazione referendaria, in materia di revisione costituzionale ex art 138 cost, e’ certamente complesso e variegato.

Riecheggiano in questo nodo cosi’ cruciale le parole di Calamandrei secondo cui in materia costituzionale, quindi anche in sede di revisione, “i banchi del governo dovrebbero essere vuoti”.

Declinare in termini di diritto costituzionale questo rapporto irriducibile tra costituzione e riserva di assemblea, significa proporre, come è stato fatto in dottrina, (A PACE) la convinzione che vi sia un vincolo formale che inibisca l’iniziativa legislativa del governo in materia costituzionale, e dunque che vi sia un vizio radicale per tutto il successivo procedimento di riscrittura costituzionale.

In sostanza si ritiene che per sua intima natura l’iniziativa legislativa del Governo debba essere delimitata alle materie collocabili dentro il perimetro dell’indirizzo politico.

A parte la tenuta argomentativa di questa tesi, che implica un intervento attivo della Presidenza della Repubblica in sede di promulgazione e anche della Consulta in ipotesi di giudizio di legittimità delle disposizioni che compongono il nuovo testo della Costituzione, si tratta di comprendere dentro quali limiti è collocabile il ruolo del Governo, inteso come organo dello Stato-Apparato, all’interno della procedura complessa di revisione di cui all’art 138.

Quest’ultima infatti si articola all’interno di una ragionevole ed equilibrata composizione tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, apprestando così una garanzia di sistema per ogni ipotesi di riforma delle regole fondamentali.

Ne consegue che non sono possibili slittamenti e invasioni di campo, tra il momento rappresentativo e quello diretto-referendario.

Al primo compete la missione di individuare un punto di ricomposizione il più possibile largo ed unitario tra le forze politiche presenti in Parlamento, da qui naturalmente la previsione di quorum particolarmente qualificati: dunque il 138 impone un “vincolo di metodo” (le maggioranze molto inclusive) che di per sé è antitetico e collidente, con l’esplicita coincidenza tra maggioranza di governo e revisione costituzionale.

In ultima ipotesi è ammissibile la pur ampia maggioranza assoluta (pensata comunque per un sistema proporzionale), però con il “cedimento” di quella presunzione di rappresentatività sottesa alla mancanza di referendum in caso di maggioranze particolarmente qualificate. È possibile in questo caso la proposizione, nelle forme note, di un referendum che è per sua natura “oppositivo”, cioè nasce per sua funzione specifica contro e non a favore della deliberazione di maggioranza, lo spazio costituzionale della proposizione referendaria è esattamente quello delle minoranze a vario titolo contrarie al disegno di revisione approvato.

Da ciò, l’assoluta improponibilità di referendum rafforzativi della deliberazione parlamentare, ancora semplice ipotesi normativa, pubblicata ai soli fine della proposizione del referendum popolare.

Se dunque lo spazio referendario è quello dello Stato-Comunità e non quello dello Stato-Apparato, ne consegue che le forze diversamente orientate sul quesito possano liberamente dislocarsi in un senso o in un altro, ma che certamente è interdetta la partecipazione attiva di soggetti dello Stato-Apparato che hanno esaurito la loro funzione e consumato le loro attribuzioni nella fase deliberativa-rappresentativa, e che  intervenendo in quanto organi (il governo) trasfigurerebbero il disegno complessivo, imprimendo al referendum oppositivo una impropria torsione quale   strumento di iper-legittimazione del governo e della sua proposta, mentre ormai la volontà si è oggettivizzata nella deliberazione parlamentare ed in quanto tale  va acconsentita  o impedita dal corpo elettorale.

Peraltro la particolarità del referendum costituzionale è data dalla mancanza di un quorum per la validità della consultazione. Questo implica che anche una minoranza compatta può impedire la riforma prodotta dagli organi rappresentativi. Plasticamente potrebbe dirsi che dietro questa frazione del corpo elettorale c’è la “forza” della Costituzione e l’ombra del potere costituente. Dunque questo elemento valorizza, ancor di più, la convinzione che in questo spazio democratico possono esprimersi le forze dello Stato-Comunità: la supremazia oggettiva del Governo-Apparato altererebbe totalmente il modello, introducendo una non accettabile asimmetria di forza nella contesa.

Il referendum costituzionale è il terreno di espressione della comunità nazionale, certo nelle sue articolazioni pluralistiche (partiti, associazioni, sindacati, etc.) chiamata ad opporsi alla revisione, se il governo diventa parte della contesa, l’oggetto specifico viene trasceso perché si tenta di imprimere quella deriva plebiscitaria di cui tanto si discorre, che ha nel 138, così inteso, un limite.

Altro punto significativo è costituito dalla natura giuridica della deliberazione parlamentare. Come detto essa è un’ipotesi, subordinata per la promulgazione all’esito del referendum, a parte le varie ricostruzioni sulla posizione del corpo elettorale nel procedimento di revisione, un dato è certo: non si tratta di diritto vigente.

C’è dunque una profonda differenza con le ipotesi di referendum abrogativo: in questo caso la norma è oggettivizzata nell’ordinamento. Innanzi alla fisionomia di legge in itinere, l’attivismo del Governo rompe il principio di neutralità dello Stato e anche della imparzialità del complesso di poteri e funzioni riconducibili al Governo come espressione dello Stato-Apparato: c’è una contingente “finalizzazione” di enormi risorse materiali ed immateriali per obiettivi che esulano dalle ragioni fondanti la legittimità di quei poteri, legati esclusivamente alla titolarità da parte del Governo della funzione di indirizzo politico (che scaturisce dal rapporto fiduciario con le camere) ed in generale dell’attività amministrativa.

 

 

Governo e campagna referendariaultima modifica: 2016-09-01T00:48:16+00:00da avvsantidelia
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