Il “nuovo” stop della Corte Costituzionale al blocco delle perequazioni pensionistiche: quanto arriverà nelle tasche dei pensionati?

Il trattamento pensionistico consiste in una prestazione economica, corrisposta dall’ente previdenziale in occasione di un evento interruttivo della capacità lavorativa (anzianità, invalidità, ecc.), la cui funzione è quella di garantire al cittadino non più idoneo al lavoro il mantenimento di un livello minimo di sussistenza; di passata, si ricordi che diversa funzione hanno i trattamenti pensionistici c.d. “assistenziali”, previsti a prescindere dall’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato e destinati a soggetti socialmente ed economicamente deboli (ciechi, sordomuti, casi di totale incapacità di lavoro o con capacità lavorativa ridotta, etc.).

In questo scritto ci occuperemo solo della prima tipologia.

Le pensioni derivanti dal rapporto di lavoro sono prestazioni commisurate alla retribuzione percepita nell’ultima fase della vita lavorativa; pertanto, data la natura continuativa delle stesse, alto è il rischio, nel lungo periodo, di una svalutazione del potere d’acquisto degli emolumenti, che ridurrebbe – giocoforza – il tenore di vita del contribuente.

Per ovviare all’effetto distorsivo dell’inflazione sulle prestazioni previdenziali, il legislatore, già a partire dal 1965, ha avviato una “riforma e miglioramento dei trattamenti di pensione della previdenza sociale” attraverso l’istituto della perequazione automatica: un strumento mediante il quale adeguare le pensioni al mutamento del potere di acquisto della moneta.

Dalla sua introduzione ai giorni nostri, vari sistemi si sono succeduti per dare efficacia applicativa alla previsione del legislatore:

 nel 1969 si scelse di agganciare gli aumenti percentuali delle pensioni all’indice del costo della vita ISTAT;

 nel 1992 si stabilì che gli emolumenti fossero calcolati sul valore medio dell’indice ISTAT dei prezzi a consumo per le famiglie di operai e impiegati;

 nel 1998, per tutelare i trattamenti pensionistici dall’erosione del potere di acquisto della moneta, si applicò un meccanismo di rivalutazione da applicare all’importo complessivo degli emolumento corrisposti;

 nel 2000 si passò, infine, ad un sistema di perequazione per “fasce di importo”, vale a dire che la corresponsione percentuale degli emolumenti veniva riconosciuta in ragione del valore della pensione, da calcolare in multipli del valore del trattamento minimo INPS.

Tuttavia, le condizioni di “indigenza” delle casse dello Stato hanno portato, via via, all’adozione di escamotage legislativi, volti a sospendere il meccanismo della perequazione in nome del più (dipende dai punti di vista) nobile principio del “risparmio di spesa”.

Stavolta, però, il Governo (diamo a Cesare quel che si è faticosamente guadagnato) Monti, l’ha fatta grossa. Con un colpo di spugna, il c.d. “Salva Italia” (D.L. 201/2011) ha spazzato via, in una sola passata, la ratio e la ragion d’essere stessa della perequazione, prevedendone l’erogazione esclusivamente in favore di coloro i quali ricevevano emolumenti pensionistici pari o inferiori a 3 volte il minimo previsto dall’INPS.

Certo, ad un primo colpo d’occhio potrebbe sembrare davvero altruistico e magnanimo dare alle classi di reddito più basse la possibilità di avere degli strumenti di tutela nei confronti degli effetti assai logoranti della svalutazione del potere d’acquisto. Ciò che non convince, però, è il metodo attraverso cui è stato attuato.

A ben pensare, infatti, non si spiega perché i soggetti che arrivavano a percepire una pensione pari o inferiore a 1270,00 € netti dovessero essere tutelati, mentre chi ne riceveva 1300,00 € potesse riuscire a far fronte da solo alla pendente “spada di Damocle” dell’inflazione.

La questione non convince. Anche per i non esperti del settore, la sensazione era quella di incompatibilità con i declamati principi di uguaglianza, proporzionalità e via dicendo.

La sensazione è giusta. Infatti, con la sentenza del 30 aprile 2015 n. 70, il giudice delle Leggi ha dichiarato che l’art. 24, comma 25, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dall’art.1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 241, è illegittimo nella parte in cui prevede che “in considerazione della contingente situazione finanziaria, la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici, secondo il meccanismo stabilito dall’art. 34, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, è riconosciuta, per gli anni 2012 e 2013, esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo INPS nella misura del 100 per cento”.

La motivazione è chiara, cristallina, ma per nulla nuova. “Non è stato dunque ascoltato il monito indirizzato al legislatore con la sentenza n. 316 del 2010” (sent. 70/2015 C. Cost.).

La Consulta, infatti, aveva già detto a chiare lettere che “la sospensione a tempo indeterminato del meccanismo perequativo, ovvero la frequente reiterazione di misure intese a paralizzarlo, << esporrebbero il sistema ad evidenti tensioni con gli invalicabili principi di ragionevolezza e proporzionalità>> poiché risulterebbe incrinata la principale finalità di tutela, insita nel meccanismo della perequazione, quella che prevede una difesa modulare del potere di acquisto delle pensioni”.

Pertanto, nel limitare l’operatività dell’istituto, non devono essere “valicati i limiti di ragionevolezza e proporzionalità, con conseguente pregiudizio per il potere di acquisto del tratta mento stesso e con << irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività>> (sentenza n. 349/1985).

E quindi, per rispettare i canoni previsti dagli arti 3, 36, comma 1 e 38, comma 2, solo e soltanto “su questo terreno si deve esercitare il legislatore nel proporre un corretto bilanciamento, ogniqualvolta si profili l’esigenza di un risparmio di spesa, nel rispetto di un ineludibile vincolo di scopo << al fine di evitare che esso possa pervenire a valori critici, tli che potrebbero rendere inevitabile l’intervento correttivo della Corte>> (sentenza n. 226 del 1993)”.

Effetti della pronuncia? Tendenzialmente dovrebbero essere concreti, attraverso la corresponsione di quanto tolto in forza di una legge illegittima, e quindi illecitamente detenuti dallo Stato.

Effetti “reali” della sentenza? Difficile a dirsi. Soprattutto se si considera che ormai sta diventando sempre più di moda disattendere gli ordini dell’autorità giudiziaria (mi riferisco al recente caso dei giovani medici aspiranti specializzandi ammessi alla frequenza delle scuole dalla Sezione Consultiva ma non immatricolati dal Miur anche per carenza dei fondi per provvedere agli oneri connessi), facendo sì che l’illecito diventi “tollerato”.

Ma quanti euro saranno restituiti ad ogni pensionato?

A fronte della dichiarazione di illegittimità costituzionale spetterà un adeguamento in aumento della pensione per una percentuale di perequazione pari al 2,7% per l’anno 2012 e al 3% per l’anno 2013. Ciascun pensionato, quindi, in ragione dell’importo della propria pensione, dovrebbe vedersi riconoscere emolumenti da un minimo di 42 € mensili, fino ad un massimo di 162 € mensili.

Si parla quindi, in media, di un rimborso pari a 3.800 € per ogni pensionato.

Dott. Giovanni Valenti

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Il “nuovo” stop della Corte Costituzionale al blocco delle perequazioni pensionistiche: quanto arriverà nelle tasche dei pensionati?ultima modifica: 2015-05-17T09:44:11+00:00da avvsantidelia
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