PRECARI DELLA SCUOLA: E’ DELLA CORTE APPELLO TORINO L’ULTIMA CONDANNA DEL MIUR PRIMA DELLA C.G.E.

Un nuovo passo avanti per l’effettiva parità di trattamento tra lavoratori a tempo determinato e lavoratori a tempo indeterminato nel settore della scuola. In tal senso si è espressa la Corte d’Appello di Torino la quale ha dato ragione ad un’insegnante precaria che chiedeva, al pari dei propri colleghi c.d. di ruolo, di vedersi riconosciute le quote contributive corrispondenti agli scatti di anzianità.

Sebbene il Ministero dell’Istruzione abbia asserito che, in merito alla progressione stipendiale determinata dall’anzianità di servizio, la normativa del settore scolastico sia di carattere speciale e – pertanto – non soggetta alle disposizioni di rango Comunitario, il Giudice di secondo grado ha risolto in senso contrario il dubbio interpretativo.

Il principio di non discriminazione tra lavoratori a tempo determinato e lavoratori a tempo indeterminato è stato sancito, nell’ordinamento comunitario, dalla clausola 4 dell’ Accordo Quadro sul lavoro a tempo determinato del 18.3.1999, trasfuso nella Direttiva 1999/70/CE del 28.6.1999 […]e deve applicarsi […] a tutti i lavoratori che forniscono prestazioni retribuite nell’ambito di un rapporti di impiego a tempo determinato che li vincola al loro datore di lavoro”.

In base a tale normativa, in definitiva, “i lavoratori a tempo determinato non possono essere trattati in modo meno favorevole deii lavoratori a tempo indeterminato […] per il solo fatto di avere un contratto o un rapporto di lavoro a tempo determinato”.

Tali principi erano già stati ribaditi e fissati dalla Corte di Giustizia (Sent. 22.12.2010 nei procedimenti riuniti C-444/09 e C-456/09) secondo cui le indennità per l’anzianità di servizio rientrano nella previsione della normativa per la quale “i lavorato a tempo determinato possono opporsi ad un trattamento che, relativamente al versamento di tale indennità, al di fuori di qualsiasi giustificazione obiettiva, sia meno favorevole di quello riservato ai lavoratori a tempo indeterminato che si trovano in una situazione comparabile”.

Aggiunge poi la stessa Corte di Giustizia che “ il carattere temporaneo del rapporto di lavoro di taluni dipendenti pubblici non può costituire, di per se, una ragione oggettiva ai sensi dell’Accordo Quadro”.

Si ricorda che, nell’ordinamento italiano, tale principio è recepito dallo stesso legislatore nell’art 6 del D.Lgs 368/2001 in base al quale al lavoratore spettano ferie, gratifiche natalizie, t.f.r., e ogni altro trattamento per i lavoratori a tempo indeterminato per tutti ma non per i supplenti delle scuole

Qualora tali prerogative non venissero concesse, si avrebbe – in concreto –  una violazione del divieto di discriminazione, principio – oramai – saldamente consolidato anche nell’ordinamento interno; pertanto, nell’elencazione prevista dalla norma, devono essere inclusi “anche gli scatti di anzianità, qualora tali istituti retributivi siano previsti dalla contrattazione collettiva per i lavoratori a tempo determinato.

Vero è che la norma di cui si discorre prevedere per il datore la possibilità di effettuare dei trattamenti meno favorevoli ai lavoratori a tempo determinato per ragioni oggettive (questa era – infatti – la motivazione del Miur per il quale, nel caso di specie,  “ le ragioni oggettive a cui le stesse [norme] fanno riferimento sono da individuarsi nella corretta gestione del servizio scolastico di rilevanza costituzione”); tuttavia la Corte d’Appello è stata chiara anche sul punto: la nozione di ragioni oggettive non può in ogni caso “autorizzare a giustificare una differenza di trattamento tra i lavorator a tempo determinato e i lavoratori a tempo indeterminato”.

Una qualche deroga può essere prevista solo nel caso in cui sussistano “elementi precisi e concreti, che contraddistinguono il rapporto di impiego di cui trattasi, nel particolare contesto in cui s’inscrive e in base a criteri oggettivi e trasparenti, al fine di verificare se tale disparità risponda ad una reale necessità sia idonea a conseguire l’obiettivo perseguimento e risulti a tal fine necessaria”.

Nella specie, tuttavia, il lavoro dei supplenti è in tutto e per tutto uguale a quelle degli insegnanti di ruolo  e non c’è ragione per pagarli meno e discriminarli.

C. App. Torino, 24 novembre  2014, n. 939

Dott. Giovanni Valenti

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