Processo amministrativo: la ridicola favola dell’efficienza del processo e la sinteticità degli atti difensivi.

Il processo amministrativo è lento, macchinoso, poco efficiente e non risponde all’effettive esigenze di tutela di uno stato moderno? E’ tutta colpa degli avvocati, dei loro scritti difensivi e della loro incapacità di sintetizzare.

E’ questo, in estrema sintesi, che sembra emergere dalla legge di conversione del D.L. 90/2014 di riforma della pubblica amministrazione.

Qui si legge che “al fine di consentire lo spedito svolgimento del giudizio in coerenza con il principio di sinteticità di cui all’articolo 3, comma 2, le parti contengono le dimensioni del ricorso e degli altri atti difensivi nei termini stabiliti con decreto del Presidente del Consiglio di Stato, sentiti il Consiglio nazionale forense e l’Avvocato generale dello Stato, nonché le associazioni di categoria riconosciute degli avvocati amministrativisti. Con il medesimo decreto sono stabiliti i casi per i quali, per specifiche ragioni, può essere consentito superare i relativi limiti. Il medesimo decreto, nella fissazione dei limiti dimensionali del ricorso e degli atti difensivi, tiene conto del valore effettivo della controversia, della sua natura tecnica e del valore dei diversi interessi sostanzialmente perseguiti dalle parti. Dai suddetti limiti sono escluse le intestazioni e le altre indicazioni formali dell’atto. Il giudice è tenuto a esaminare tutte le questioni trattate nelle pagine rientranti nei suddetti limiti; il mancato esame delle suddette questioni costituisce motivo di appello avverso la sentenza di primo grado e di revocazione della sentenza di appello”.

Avete letto bene. Sarà un decreto del Presidente del Consiglio di Stato a disporre i “limiti dimensionali” del ricorso e le relative eccezioni.

Ormai tre anni orsono era stata emessa una circolare, sempre del Presidente del Consiglio di Stato, con la quale si indicava in 20 pagine il formato massimo dell’atto di appello. Del primo grado non si discuteva. Non vi erano, tuttavia, sanzioni.

Ma si era capito, anche per le reprimende spesso declamate nelle preliminari delle camere di consiglio, che l’aria era cambiata e che i Giudici Amministrativi si erano stancati di ricorsi di 100 o addirittura 200 pagine.

Oggi arriva la sanzione.

I Giudici sono tenuti ad “esaminare tutte le questioni trattate nelle pagine rientranti nei suddetti limiti“. E qui mi immagino già a tagliare qui e li per far rientrare “tutte le questioni”, che suppongo essere i motivi di ricorso, in quelle 20 pagine salvo poi approfondire nelle successive il senso di quelle mie affermazioni; accostargli mezzi di prova, offrire giurisprudenza a supporto, insomma esporre la mia tesi difensiva come ogni scrupoloso difensore dovrebbe fare.

Si perché, a ben leggere, se le “questioni” sono sollevate nelle famigerate 20 pagine nessuno, sembra, mi impedisce di approfondire, successivamente, il senso di quelle questioni. Almeno spero.

Non voglio credere, infatti, che ciò che è scritto nelle pagine esorbitanti i limiti può essere impunemente ignorato. Non posso davvero pensare che ci sia qualcuno nei piani alti del Governo, del Consiglio di Presidenza o non so bene dove che pensi davvero che, grazie alle 20 pagine, i processi diventino veloci, anzi velocissimi.

Il mio contenzioso è, per lo più, concentrato al T.A.R. Lazio. Li, in particolare in terza sezione, capita sovente di assistere a camere di consiglio con oltre 150 affari da trattare.

Ebbene, se il problema è la quantità delle pagine, e quei magistrati possono sopportare quel carico, perchè, mi chiedo, anche altri T.A.R. non possano fare altrettanto? Vi sono T.A.R. che 150 affari cautelari li trattano in 3 o 4 mesi, almeno per quanto mi risulta.

Se si contassero le pagine di quelle camere di consiglio, probabilmente, la quadra non verrebbe mai trovata.

La verità è un’altra. Il processo amministrativo funziona.

Con le eccezioni che ovunque si rintracciano e come tali non risultano rilevanti ai fini dell’indagine sull’efficacia ed efficienza del sistema, la tutela cautelare è davvero tra i migliori modelli che possano mettersi in atto per garantire una tutela effettiva al cittadino.

Anche in 24 ore, in tutti i T.A.R., si riesce ad ottenere un provvedimento inaudita altera parte ed in un mese, o poco meno, quel provvedimento è sottoposto al vaglio del Collegio e nel contraddittorio delle parti. Grazie alle notifiche a mezzo pec ogni difensore, in poche ore e dal suo pc, riesce a notificare e poi depositare il proprio ricorso con istanza cautelare al T.A.R. E’ chiaro che il merito può essere più celere e va migliorato ma, a ben vedere, quello amministrativo sembra, tra i “processi”, quello che meno abbisogna di correttivi.

Almeno a parere di chi scrive.

Men che meno di un contingentamento delle pagine, delle idee e di quelle innovazioni che hanno caratterizzato la giurisprudenza pretoria dei T.A.R.

Ci pare davvero poca cosa se, il nostro processo amministrativo, diventi un processo da formulario.

Avv. Santi Delia

 

Processo amministrativo: la ridicola favola dell’efficienza del processo e la sinteticità degli atti difensivi.ultima modifica: 2014-08-13T17:39:42+00:00da avvsantidelia
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