La C.G.E. apre alla pubblicità delle professioni regolamentate: inizia una nuova era per l’avvocato?

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L’art. 24, n. 1, della direttiva 2006/123 deve essere interpretato nel senso che esso osta a una normativa nazionale la quale vieti totalmente agli esercenti una professione regolamentata di effettuare atti di promozione commerciale diretta e ad personam dei propri servizi”.

Cosa cambierà, a questo punto, nel nostro sistema?

Si arriverà agli assurdi trash americani (foto a sinistra) o non cambierà nulla…almeno nel breve periodo?

E’ ancora compatibile con il diritto comunitario il nostro codice deontologico e, in particolare, l’art. 19?

 

Le norme. L’articolo 24 della Direttiva 12 dicembre 2006, 2006/123/CE, rubricato “comunicazioni commerciali emananti dalle professioni regolamentate”, prevede che:

1. Gli Stati membri sopprimono tutti i divieti totali in materia di comunicazioni commerciali per le professioni regolamentate.

2. Gli Stati membri provvedono affinché le comunicazioni commerciali che emanano dalle professioni regolamentate ottemperino alle regole professionali, in conformità del diritto comunitario, riguardanti, in particolare, l’indipendenza, la dignità e l’integrità della professione nonché il segreto professionale, nel rispetto della specificità di ciascuna professione. Le regole professionali in materia di comunicazioni commerciali sono non discriminatorie, giustificate da motivi imperativi di interesse generale e proporzionate.

Tale norma comunitaria è stata recepita in Italia dall’art. 34 del D.Lgs 26 marzo 2010, n. 59 (“Attuazione della direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi nel mercato interno”), rubricata, “comunicazioni commerciali”.

L’attuale disciplina interna prevede:

1. Fatto salvo quanto previsto dall’articolo 2 del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, limitazioni al libero impiego delle comunicazioni commerciali da parte dei prestatori di servizi che esercitano una professione regolamentata devono essere giustificate da motivi imperativi di interesse generate nel rispetto dei principi di non discriminazione e proporzionalità.

2. Alle comunicazioni di cui al comma 1 si applicano i principi di cui all’articolo 10 del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70.

3. I codici deontologici assicurano che le comunicazioni commerciali relative ai servizi forniti dai prestatori che esercitano una professione regolamentata sono emanate nel rispetto delle regole professionali in conformità del diritto comunitario, riguardanti, in particolare, l’indipendenza, la dignità e l’integrità della professione, nonché il segreto professionale, nel rispetto della specificità di ciascuna professione. Le regole professionali in materia di comunicazioni commerciali sono non discriminatorie, giustificate da motivi imperativi di interesse generate e proporzionate.

La questione sottoposta alla Corte. E’ possibile vietare (ai sensi del proprio codice deontologico) ad un soggetto esercente una professione regolamentata all’interno dell’Unione, di non pubblicizzare a terzi i propri servizi e, in altre parole, a proporre direttamente al mercato i propri servizi senza che nessuno glielo abbia richiesto prima?

Secondo la C.G.E. “tanto dalla finalità del predetto art. 24 quanto dal contesto in cui questo si inserisce risulta che, come giustamente sostenuto dalla Commissione europea, l’intenzione del legislatore dell’Unione era non soltanto di porre fine ai divieti assoluti, per gli esercenti una professione regolamentata, di ricorrere alla comunicazione commerciale, in qualunque forma, ma anche di eliminare i divieti di ricorso a una o più forme di comunicazione commerciale ai sensi dell’art. 4, punto 12, della direttiva 2006/123, quali, in particolare, la pubblicità, il marketing diretto e le sponsorizzazioni. Alla luce degli esempi contenuti nel centesimo ‘considerando’ della direttiva in parola, devono considerarsi quali divieti assoluti, preclusi a norma dell’art. 24, n. 1, della medesima direttiva, anche le regole professionali che proibiscono di fornire, nell’ambito di uno o più mezzi di comunicazione, informazioni sul prestatore o sulla sua attività”.

Ma cosa si intende esattamente per “comunicazione commerciale”? Questa “è definita all’art. 4, punto 12, della direttiva 2006/123 come comprensiva di qualsiasi forma di comunicazione destinata a promuovere, direttamente o indirettamente, i beni, i servizi o l’immagine di un’impresa, di un’organizzazione o di una persona che svolge un’attività commerciale, industriale, artigianale o che esercita una professione regolamentata. Di conseguenza, come sostenuto dal governo olandese, la comunicazione commerciale comprende non soltanto la pubblicità classica, ma anche altre forme di pubblicità e di comunicazione di informazioni destinate all’acquisizione di nuovi clienti“.

Ciò che occorre verificare, quindi, preso atto che divieti in termini di comunicazione pubblicitaria non possono esservene, è rappresentato dal rispetto che tali “inviti” debbano avere dei principi deontologici affinchè le modalità di offerta “siano giustificate e proporzionate al fine di garantire in particolare l’indipendenza, la dignità e l’integrità della professione, nonché il segreto professionale necessario in sede di esercizio di quest’ultima”.

Nel caso sottoposto alla Corte, gli esercenti la professione di dottore commercialista/esperto contabile francesi dovevano astenersi da qualsiasi contatto personale non richiesto che possa essere considerato come un reclutamento di clientela o una proposta concreta di servizi commerciali.

Si tratta, a ben vedere, dell’analogo divieto previsto dall’art. 19 del nostro codice deontologico forense (non a caso l’Avvocato generale nelle proprie conclusioni concentra la propria analisi proprio sul divieto di accaparramento della clientela) secondo cui “III. E’ vietato offrire, sia direttamente che per interposta persona, le proprie prestazioni professionali al domicilio degli utenti, nei luoghi di lavoro, di riposo, di svago e, in generale, in luoghi pubblici o aperti al pubblico. IV. E’ altresì vietato all’avvocato offrire, senza esserne richiesto, una prestazione personalizzata e, cioè, rivolta a una persona determinata per un specifico affare”.

Secondo la Corte, quella disposizione del codice deontologico (francese), non è conforme alla disciplina comunitaria poiché vieta qualsiasi atto di promozione commerciale diretta e ad personam dei propri servizi, a prescindere dalla sua forma, dal suo contenuto o dai mezzi impiegati. Pertanto, tale divieto comprende la proibizione di tutti i mezzi di comunicazione che consentono l’attuazione di questa forma di comunicazione commerciale”.

“Ne consegue che un siffatto divieto deve essere considerato come un divieto assoluto in materia di comunicazioni commerciali, proibito dall’art. 24, n. 1, della direttiva 2006/123. Tale conclusione è conforme all’obiettivo di detta direttiva, che consiste, come ricordato al punto 26 della presente sentenza, nell’eliminare gli ostacoli alla libera prestazione dei servizi tra gli Stati membri. Infatti, una normativa di uno Stato membro che vieti ai dottori commercialisti/esperti contabili di procedere a qualsiasi atto di «démarchage» può ledere maggiormente i professionisti provenienti da altri Stati membri, privandoli di un mezzo efficace di penetrazione del mercato nazionale di cui trattasi. Un siffatto divieto costituisce pertanto una restrizione alla libera prestazione dei servizi transfrontalieri (v., per analogia, sentenza 10 maggio 1995, causa C‑384/93, Alpine Investments, Racc. pag. I‑1141, punti 28 e 38)”.

L’Avvocato generale, considerata la definizione di accaparramento di clientela proposta nelle proprie conclusioni (fondata sulla direttiva 2001/83 in materia di pubblicità dei medicinali nonché su un inciso della sentenza Alpine Investments), ha affermato che il divieto di accaparramento di clientela non è contrario, di per sé, al requisito derivante dall’art. 24, n. 1, della direttiva 2006/123, dal momento che l’accaparramento di clientela non costituisce una forma sufficientemente autonoma di comunicazione commerciale che possa essere distinta dalla pubblicità, ma si tratta, al contrario, di una semplice modalità di realizzazione della pubblicità.

Dello stesso avviso, tuttavia, non è stata la Corte.

Corte di Giustizia Europea Sezione Grande, 5 aprile 2011, C-1198/09 Société fiduciaire nationale d’expertise comptable c/ Ministre du Budget, des Comptes publics et de la Fonction publique

Conclusioni dell’Avvocato generale Jan Mazak

Direttiva 2006/12/CEE

Codice deontologico forense

Avv. Santi Delia

La C.G.E. apre alla pubblicità delle professioni regolamentate: inizia una nuova era per l’avvocato?ultima modifica: 2011-04-09T23:07:00+00:00da avvsantidelia
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