Governo e campagna referendaria

Avv. Nicola Bozzo. Il tema della relazione tra governo e consultazione referendaria, in materia di revisione costituzionale ex art 138 cost, e’ certamente complesso e variegato.

Riecheggiano in questo nodo cosi’ cruciale le parole di Calamandrei secondo cui in materia costituzionale, quindi anche in sede di revisione, “i banchi del governo dovrebbero essere vuoti”.

Declinare in termini di diritto costituzionale questo rapporto irriducibile tra costituzione e riserva di assemblea, significa proporre, come è stato fatto in dottrina, (A PACE) la convinzione che vi sia un vincolo formale che inibisca l’iniziativa legislativa del governo in materia costituzionale, e dunque che vi sia un vizio radicale per tutto il successivo procedimento di riscrittura costituzionale.

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Accompagnatori turisti: via libera alle iscrizioni all’Albo

E’ il solito vecchio paradosso burocratico. Nulla di nuovo. O per lo meno, qualcosa di singolare in questa vicenda esiste. Si parla di Assessorati e di professionisti qualificati; di corsi finanziati dalla Regione che non rilasciano titoli validi.

La notizia ha dell’incredibile, ma la realtà, si sà, supera la fantasia.

Il tutto comincia circa una ventina di anni fa, quando l’Assessorato al Lavoro avvia corsi finanziati dalla Regione (alias con soldi pubblici) per dare la possibilità a giovani aspiranti lavoratori di ottenere una qualifica che agevoli il loro inserimento nel mondo del lavoro.

Si tratta di corsi per cui è previsto anche una diaria giornaliera e alla fine dei quali, attraverso il superamento di un esame finale, si ottiene un titolo che attesta la qualifica professionale.

O per lo meno così lo è stato per tutti, ma non per chi ha avuto, all’epoca, la nefasta idea di seguire i corsi per accompagnatore turistico.

Eh già, perché per migliaia di aspiranti operatori del settore terziario, la qualifica faticosamente ottenuta ha rischiato di essere totalmente vanificata a causa di una “svista” dell’Amministrazione di turno.

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Il “nuovo” stop della Corte Costituzionale al blocco delle perequazioni pensionistiche: quanto arriverà nelle tasche dei pensionati?

Il trattamento pensionistico consiste in una prestazione economica, corrisposta dall’ente previdenziale in occasione di un evento interruttivo della capacità lavorativa (anzianità, invalidità, ecc.), la cui funzione è quella di garantire al cittadino non più idoneo al lavoro il mantenimento di un livello minimo di sussistenza; di passata, si ricordi che diversa funzione hanno i trattamenti pensionistici c.d. “assistenziali”, previsti a prescindere dall’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato e destinati a soggetti socialmente ed economicamente deboli (ciechi, sordomuti, casi di totale incapacità di lavoro o con capacità lavorativa ridotta, etc.).

In questo scritto ci occuperemo solo della prima tipologia.

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GLI INSEGNANTI DEL DOMANI: IL LORO DIPLOMA MAGISTRALE E UN PARADOSSO LUNGO MEZZO SECOLO

“L’amaro in bocca” che fino qualche giorno addietro era avvertito da migliaia di speranzosi docenti, disillusi da un Ministero che non li riconosceva come tali, è stato provvidenzialmente spazzato via

dalla quanto mai agognata pronuncia del Supremo Giudice Amministrativo, che con la sentenza n. 1937/2015 ha finalmente ridato coraggio a migliaia di lavoratori del settore scuola: da oggi i diplomati magistrali hanno trovato il loro “posto” nelle G.A.E.

Sebbene i toni possano sembrare vagamente eterei e frivoli, la vicenda ha davvero del paradossale: è la storia di (ormai non più) ragazzi che sul finire del secolo scorso si trovavano a frequentare, carichi di fiducia, un corso di studi di istruzione superiore, che per loro sarebbe stato il futuro, la chiave d’accesso ad un mondo che poteva essere il punto di svolta delle loro vite, il coronamento di un sogno, l’appagamento che solo una professione desiderata e raggiunta può dare. Ma, ahimè, in ogni favola c’è sempre un antagonista pronto a spazzare via i sogni degli eroi (solo così possiamo definire uomini e donne, futuri insegnanti, la cui voce, per anni, da tutti è stata soffocata dal peso delle irregolarità): il Ministero aveva deciso di cambiare le carte in tavola senza pensarci due volte.

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Uranio impoverito e vaccini: il T.A.R. Trieste ripercorre le tappe di una triste storia per i nostri militari.

Il T.A.R. Trieste ha definitivamente accolto il ricorso di un militare con il quale si era impugnato il diniego del Ministero della Difesa secondo cui la leucemia contratta non sarebbe stata causata da fatti di servizio. Ora avrà diritto all’equo indennizzo, alla pensione privilegiata ed a ogni ulteriore beneficio di legge.

I fatti: l’uranio impoverito e i vaccini.

Alcuni fatti, crediamo, li raccontino meglio i protagonisti rispetto agli avvocati. Ecco uno stralcio di un dossier di Repubblica[1]sulle vaccinazioni somministrate ai militari.

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Elezioni dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati: e se la soluzione fosse nella gradazione dei posti in lista?

Il rigetto a firma del Presidente del T.A.R. Lazio, Luigi Tosti, della richiesta di provvedimento monocratico su alcuni ricorsi volti ad impugnare la legittimità del “Regolamento sulle modalita’ di elezione dei componenti dei consigli degli ordini circondariali forensi, a norma dell’articolo 28 della legge 31 dicembre 2012, n. 247“, è di strettissima attualità per tutta la classe forense.

Ma cosa dice il Regolamento e perchè contestato?

Ai sensi dell’art. 28, comma 3, della L.n. 247/2012 “ciascun elettore puo’ esprimere un numero di voti non superiore ai due terzi dei consiglieri da eleggere, arrotondati per difetto“. In altre parole se i consiglieri da eleggere saranno 21, solo 14 potranno essere le preferenze espresse, rispettando, vedremo, l’equilibrio tra i generi.

Il comma 2 del medesimo articolo chiarisce che “i componenti del consiglio sono eletti dagli iscritti con voto segreto in base a regolamento adottato ai sensi dell’articolo 1 e con le modalita’ nello stesso stabilite. Il regolamento deve prevedere, in ossequio all’articolo 51 della Costituzione, che il riparto dei consiglieri da eleggere sia effettuato in base a un criterio che assicuri l’equilibrio tra i generi“.

Tutto il meccaniscmo elettorale passa quindi dal Regolamento in parola che, però, sembra essere in non perfetta assonanza con la norma primaria.

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Precari della scuola: la Corte di Giustizia condanna l’Italia

La vittoria era nell’aria. Ormai da tempo. Tutti eravamo cauti ma sembrava davvero fatta.

La Corte di Giustizia ha deciso. “La clausola 5, punto 1, dell’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, concluso il 18 marzo 1999, che figura nell’allegato alla direttiva 1999/70/CE del Consiglio, del 28 giugno 1999, relativa all’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, deve essere interpretata nel senso che osta a una normativa nazionale, quale quella di cui trattasi nei procedimenti principali, che autorizzi, in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali per l’assunzione di personale di ruolo delle scuole statali, il rinnovo di contratti di lavoro a tempo determinato per la copertura di posti vacanti e disponibili di docenti nonché di personale amministrativo, tecnico e ausiliario, senza indicare tempi certi per l’espletamento di dette procedure concorsuali ed escludendo qualsiasi possibilità, per tali docenti e detto personale, di ottenere il risarcimento del danno eventualmente subito a causa di un siffatto rinnovo. Risulta, infatti, che tale normativa, fatte salve le necessarie verifiche da parte dei giudici del rinvio, da un lato, non consente di definire criteri obiettivi e trasparenti al fine di verificare se il rinnovo di tali contratti risponda effettivamente ad un’esigenza reale, sia idoneo a conseguire l’obiettivo perseguito e sia necessario a tal fine, e, dall’altro, non prevede nessun’altra misura diretta a prevenire e a sanzionare il ricorso abusivo ad una successione di contratti di lavoro a tempo determinato“.

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PRECARI DELLA SCUOLA: E’ DELLA CORTE APPELLO TORINO L’ULTIMA CONDANNA DEL MIUR PRIMA DELLA C.G.E.

Un nuovo passo avanti per l’effettiva parità di trattamento tra lavoratori a tempo determinato e lavoratori a tempo indeterminato nel settore della scuola. In tal senso si è espressa la Corte d’Appello di Torino la quale ha dato ragione ad un’insegnante precaria che chiedeva, al pari dei propri colleghi c.d. di ruolo, di vedersi riconosciute le quote contributive corrispondenti agli scatti di anzianità.

Sebbene il Ministero dell’Istruzione abbia asserito che, in merito alla progressione stipendiale determinata dall’anzianità di servizio, la normativa del settore scolastico sia di carattere speciale e – pertanto – non soggetta alle disposizioni di rango Comunitario, il Giudice di secondo grado ha risolto in senso contrario il dubbio interpretativo.

Il principio di non discriminazione tra lavoratori a tempo determinato e lavoratori a tempo indeterminato è stato sancito, nell’ordinamento comunitario, dalla clausola 4 dell’ Accordo Quadro sul lavoro a tempo determinato del 18.3.1999, trasfuso nella Direttiva 1999/70/CE del 28.6.1999 […]e deve applicarsi […] a tutti i lavoratori che forniscono prestazioni retribuite nell’ambito di un rapporti di impiego a tempo determinato che li vincola al loro datore di lavoro”.

In base a tale normativa, in definitiva, “i lavoratori a tempo determinato non possono essere trattati in modo meno favorevole deii lavoratori a tempo indeterminato […] per il solo fatto di avere un contratto o un rapporto di lavoro a tempo determinato”.

Tali principi erano già stati ribaditi e fissati dalla Corte di Giustizia (Sent. 22.12.2010 nei procedimenti riuniti C-444/09 e C-456/09) secondo cui le indennità per l’anzianità di servizio rientrano nella previsione della normativa per la quale “i lavorato a tempo determinato possono opporsi ad un trattamento che, relativamente al versamento di tale indennità, al di fuori di qualsiasi giustificazione obiettiva, sia meno favorevole di quello riservato ai lavoratori a tempo indeterminato che si trovano in una situazione comparabile”.

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Pubblicità degli Avvocati: ennesimo scontro tra CNF e AGCM. Sanzione (quasi) milionaria al CNF.

13 agosto 2012. Entro tale data gli Ordini dovevano adeguarsi ai nuovi principi di legge.

L’anno prima, così tuonava la C.G.E. “l’art. 24, n. 1, della direttiva 2006/123 deve essere interpretato nel senso che esso osta a una normativa nazionale la quale vieti totalmente agli esercenti una professione regolamentata di effettuare atti di promozione commerciale diretta e ad personam dei propri servizi”.

Ci eravamo chiesti cosa cambierà, a questo punto, nel nostro sistema?

Agli occhi di un comune cittadino è, in effetti, cambiato poco. Nessun manifesto gigantesco nelle strade ad annunciare divorzi facili e, invero, poche proposte di sconti sul mercato legale.

Forse anche per questo, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha adottato adottato un provvedimento col quale ha condannato il Consiglio Nazionale Forense al pagamento di una maxi sanzione amministrativa di 912.536,40 € per aver violato l’art. 101 TFUE. Secondo l’AGCM, il CNF avrebbe violato in più riprese la normativa comunitaria in materia di concorrenza attraverso l’adozione  di due decisioni volte a limitare l’autonomia dei professionisti in merito alla determinazione dei compensi: si tratta, in particolare, della circolare n. 22-C/2006 con la quale – surrettiziamente – veniva reintrodotta la vincolatività dei “minimi tariffari” sull’attività professionale degli avvocati, liberalizzata dall’art. 2 del decreto-legge n. 233/2006 (c.d. Decreto Bersani), e del parere n. 48/2012, volto a limitare l’impiego di un canale di diffusione delle informazioni con cui offrire le proprie prestazioni a potenziali clienti. I suddetti atti – a parere dell’ACGM – mal s’inseriscono in un contesto normativo volto ad una liberalizzazione dei servizi professionali di forte matrice europeista.

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Esami d’avvocato 2013: i giudizi delle sottocommissioni devono essere motivati

Esame-avvocato-2012Ennesima pronuncia dei giudici amministrativi sull’obbligo di motivazione nei giudizi espressi sugli elaborati redatti per l’esame d’abilitazione forense. In questo caso è il TAR Calabria, dopo un’identica pronuncia del TAR Brescia, a ribadire l’obbligo di motivazione in base a quanto stabilito nella recente riforma dell’ordinamento forense.

In particolare i giudici calabresi hanno affermato che con la riforma dell’ordinamento forense è stato pienamente recepito il principio di matrice comunitaria secondo cui l’accesso ad un professione regolamentata, come quella forense deve avvenire in condizioni chiare ed inequivocabili e quindi di assoluta trasparenza.

Ma per raggiungere questo scopo è necessario che il candidato, che in sede d’esame deve dimostrare la sua preparazione teorico pratica, venga reso edotto delle ragioni per le quali il suo bagaglio tecnico professionale non è stato ritenuto congruo per consentirne l’accesso alla professione.

Del resto, proprio in quest’ottica, prosegue la pronuncia del TAR, si inserisce il disposto dell’art. 46 co. 5, L. n. 247/2012 che “evidentemente per non rendere troppo gravoso il lavoro di correzione, prevede un obbligo di motivazione attenuato, in quanto non esige un vero e proprio giudizio analitico, ma richiede che il voto trovi giustificazione nelle annotazioni a margine degli elaborati (correzione parlante). In altri termini, l’aspirante avvocato deve essere messo in grado di comprendere quali passaggi delle proprie argomentazioni siano stati ritenuti adeguati e quali invece criticati o giudicati erronei.

I Giudici calabresi, quindi, concludono disponendo l’obbligo “dell’amministrazione di provvedere, nel rispetto dell’anonimato, alla motivata ripetizione della valutazione degli elaborati di parte ricorrente non aventi giudizio positivo”.

D’altra parte che la motivazione costituisca orma un elemento essenziale dei giudizi espressi sulle prove degli aspiranti avvocati rappresenta circostanza acquisita, tanto che  alcune sottocommissioni proprio quest’anno hanno motivato le valutazioni compiute sugli elaborati, come peraltro accaduto anche nelle scorse tornate, dove, però, non esisteva una disposizione legislativa che imponeva un obbligo cosi preciso.

 Non si capisce pertanto come sia stato possibile che anche quest’anno varie sottocommissioni, la maggior parte a dire il vero, abbiano “deciso” autonomamente di “disapplicare” una norma di legge, nata con l’intento di rendere l’esame d’abilitazione assolutamente trasparente, consentendo così al candidato di comprendere realmente le ragioni dell’insufficienza e, allo stesso tempo, dandogli la possibilità di “lavorare” adeguatamente sulle sue lacune per raggiungere quel livello di preparazione necessario per svolgere la professione forense.

Per ragioni assolutamente oscure tutto questo non viene compreso e, dimenticando la delicatissima funzione sociale che la professione forense è tenuta a svolgere, si preferisce mantenere un esame d’abilitazione che non riesce a valutare adeguatamente la preparazione di ciascun candidato.

Come sovente accade in Italia devono essere i Giudici a “ricordare” all’amministrazione, variamente intesa, l’applicazione delle norme di legge, anche quando queste, come nel caso dell’art. 46, co. 5 L. n. 247/2012, non lasciano spazio a margini interpretativi.

Avv. Santi Delia 

Avv. Rosario Cannata

dott. Alberto Pappalardo